Tag Archives: Live

(il parquet delle case)

25 Ott

di S.S.Parisi

“La stagione del tuo amore non è più la primavera, ad esempio. Oppure le tue strane inibizioni non fanno parte del sesso. De Andrè Battiato. Voglio dire, sono altri Tempi.   Non migliori o peggiori, intendiamoci. Piuttosto, altri. Per intenderci, noi abbiamo i calembour alla Dente. Le schitarrate sofferte e lo-fi alla Vasco Brondi. I calembour, le scatarrate. E ce li meritiamo, sai, perché noi non soffriamo abbastanza. È così! Noi – non – soffriamo. Allora, seguimi”. Mi stiracchio e mi gratto il sopracciglio. “Il poeta – e su questo non mi fotti – è l’interprete più acuto del suo tempo. Vede al di là della membrana, come dici sempre tu. Posso dedurre che Dente o Vasco Brondi o chi ti pare vedano al di là della membrana. E noi, a giudicare dalle loro canzoni, siamo dei calembour viventi. Dei racconti lo-fi e ammiccanti. Insomma, voglio dire, quand’è l’ultima volta che hai sofferto veramente, esclusa la morte di tuo padre? Lo vedi, si tu soffri ma poi ti passa. I nostri genitori soffrivano. S’offrivano, alla Dente. Ascolta De Andrè. Quanto avranno sofferto i nostri genitori rispetto a noi. E soprattutto, quanto erano irrequieti”.

 

 

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Voglio mandarti una fotografia di quanto sei lontano

23 Ott

di Elena Fortunati

Prendi una parete completamente bianca all’interno di un imponente ex magazzino adibito da meno di dieci anni a museo. Prendi una piccola foto, di dimensioni consuete, un formato dieci per quindici (ad esempio) e attaccala su quella parete bianca e vuota.
Guardaci dentro.
L’immagine del mare.
Guarda meglio.

E’ l’immagine dell’oceano.
“Voglio mandarti una fotografia di quanto sei lontano”.
Della distanza che c’è tra me, attualmente posizionata a circa 40km a nord di Roma, e David Horvitz,  uomo di Brooklyn ossessionato dalla realizzazione di progetti bizzarri. Una distanza annullabile con nove  ore e trentacinque minuti di volo su un Boeing 777 Alitalia, con una traversata su una nave mercantile della durata di due settimane circa, con una nuotata utopica a un ritmo di cinquantaquattro bracciate al minuto e una media di sessanta km in ventiquattro ore per centoquattordici giorni .
Poi te ne mando un’altra di foto, un minuto più tardi. Perché la distanza non è solo fisica ma anche temporale.
E quella non è mai statica, ma sempre, implacabilmente, in costante crescita.

 

FAR AWAY FROM FIJI – WE ARE HERE from Far Away From Fiji on Vimeo.

Il ciclo dei rifiuti

22 Ott

di Andrea Macrì

Il vecchio signore si avvicina e dice, con una voce biascicata che sembra passata attraverso un vocoder di sigarette e raffreddori: “Mi sembri uno che ne capisce: guarda, ho anche queste magliette dei Sonic Youth e la ristampa del primo dei Dream Syndicate”. Io sono entrato qui e ho già comprato “The Great Destroyer” dei Low (album rivelatosi immane, poi) e gli ho chiesto di un disco degli Husker Du.

Gli Husker Du. La band più sottovalutata di sempre.

Quel negozio di dischi, ho saputo, ha poi chiuso. Ogni tanto mi capita di ripassarci davanti, quando passo da Cosenza. Aveva il nome di un noto paninaro romano. Il tizio me lo ricordo imbacuccatissimo e con gli occhiali che gli facevano sembrare le orbite quelle di un ranocchio. Chissà come si è riciclato, a circa cinquant’anni, quando quel negozio (costosissimo, sia chiaro, ma pieno di roba figa) ha dovuto chiudere…

Me lo immagino dormire in macchina con una pila immane di dischi stipati nel cofano e dentro al cruscotto. Lo fermano per un controllo e invece della carta di circolazione passa una copia di “(I’m) Stranded” dei Saints ristampata. Mi domando soprattutto cosa abbia pensato, l’uomo che mi vendette “Candy Apple Grey” degli Husker Du, dell’ennesimo riciclo meraviglioso di Bob Mould. Magari prova invidia, visto che lui forse non si è riciclato. Magari diventando un rifiuto.

 

Sliding doors

19 Ott

di Roberta Mazzeo

“Se sei indeciso tra due vie lancia una moneta, non per fare scegliere al caso ma perchè quando la moneta è in aria saprai esattamente da che parte vuoi che cada”.
Ognuno di noi ha la sua madeleine proustiana, quello stimolo sensoriale, che, come un flash, fa venire in mente qualcos’altro, ricordo vivo o concetto esistenziale che sia.
Talk talk, such a shame, lancio del dado; frammento di kilometriche conversazioni telefoniche con un amico.
Semplice, no? O come direbbero i connazionali della band, “and Bob’s your uncle!”.
L’interpretazione dolceironica di Mark Hollis ha la capacita di incantarmi ogni volta come la prima e, curiosando qua e la, tempo addietro avevo letto fosse ispirata dalla lettura di The dice man, scritto da George Cockcroft (pseudonimo di Luke Rhinehart) nel 1973.
Il romanzo in sistesi tratta, l’affascinante quanto inquentante, storia di uno psichiatra che, annoiato, decide d’affidare qualsiasi scelta della sua vita al risultato del lancio di un dado.

Si fa presto a sostenere, quasi stizziti: siamo sempre e comunque artefici del nostro destino. A volte sembra che sia in parte il destino a scegliere per te, persino in quella frazione di secondo in cui la moneta è in aria e tu sai benissimo cosa desidereresti.
Le famose porte di una metropolitana che si chiudono davanti, il prendere una via piuttosto che un’altra o semplicemente lo sbagliare timing per parole o azioni: and that’s a shame, or maybe a change?

15.11.2012 Ancien Régime – The Position | Release al Circolo degli Artisti

18 Ott

Sono andato a rivedere l’ultima volta che un gruppo di Roma ha suonato da headliner a La Tua Fottuta Musica Alternativa.
Non ho trovato la data precisa, ricordo solo che era l’aprile del 2010. Questo perché volevo portare nella mia città cose fighe che altrimenti non sarebbero mai venute.  Cose nuove, fresche, diverse, migliori.
Ora, se dopo 31 mesi torno a far suonare da headliner sul nostro palco un gruppo della nostra città, un motivo ci sarà. Infatti c’è.

Arrivano gli Ancien Régime con il loro primo disco The Position e io l’ho ascoltato. Credo di essere stato tra i primi ad ascoltarlo.
Questo disco, più di ogni altro forse, può essere definito un parto: cinque registrazioni di basso, due di batteria, tre studio coinvolti.
Il risultato è un disco bello, forse bellissimo, che soprattutto suona diverso. Diverso e unico. Gli Ancien Régime fanno wave, ascoltano pop, adorano il nero ma alla fine sono gli Ancien Régime. Non scimmiottano nessuno, semmai apprendono e reinterpretano.
Non voglio premiare i gruppi emergenti, neanche i gruppi italiani o romani per partito preso. Voglio premiare un gruppo nuovo con un disco nuovo. Come questo.
15 Novembre, non avrai altra Circolata all’infuori di me.

 

E tu credi nel destino?

17 Ott

di Clara Natale 

Eravamo in macchina. Tornando da una serata. Stanche, dopo una lunga giornata. Che mancavano poche ore per salutarne un’altra. Che poi è strano quando fai quasi l’alba, perché è cominciato già il giorno seguente mentre tu stai ancora raccogliendo i pezzi di ieri. E la voglia di filosofeggiare, non si sa perché, in quei momenti raggiunge picchi massimi.
Blocco il polso della mia amica. Fisso con lo sguardo la scritta nera che gli fa da ornamento. E mi soffermo a riflettere. Ananke: Fato, in greco.
Una parola di origine latina che indicava la decisione irrevocabile di un dio, poi usata per Destino. Tu credi nel destino?– mi chiese.

Destino, figlio del Caos e della Notte, divinità enigmatica, ora ostile ora benigna, cieca e capricciosa a cui tutte le divinità, perfino Giove, erano sottomesse.
Non credo che poi le cose siano tanto cambiate dall’antica Grecia.
Mi ha sempre affascinato credere in un ordine prestabilito degli eventi. Un qualcosa di potente e inevitabile. Mia nonna mi racconta sempre che la sua mamma le diceva che tutti noi abbiamo una candela invisibile accesa sopra la nostra testa. E la luce è il nostro destino.

– Sì, decisamente sì. Mi piace sfidarlo. Provare a cambiare il corso delle cose. A fare tagli netti nella mia vita, ad essere estremamente flessibile, provare il nuovo, lasciare il vecchio. Per vedere cosa accade. Perché è vero che ognuno è artefice del proprio destino. Tuttavia…
– Tuttavia?
– Alcune cose non si possono cambiare. Alcune cose sono davvero guidate da una forza inspiegabile, quasi come se fossero attratte da un magnete verso una direzione ignota.

E questa cosa mi manda in bestia. Sono testarda e capricciosa. Ed enigmatica. Sono un po’ come Lui. E mi affascina. Perché è qualcosa che non è definito. È sfuggente. Ed è come se fosse una sfida perpetua contro qualcuno che non ha un’identità ben precisa.

I don’t know what you’re looking for.

 

 

Lonerism

16 Ott

di Edoardo Biscossi

C’è un disco che quest’anno volevano tutti, che si è fatto aspettare da tutti anche se il disco scorso non era stato il tormentone dell’anno, a tutti piacevano i National, non il revival psych. I nostri Tame Impala, chiedevano se si potesse abbandonare il revival pigrone Captured Tracks e, non so, imparare a suonare la chitarra per davvero, attaccarci un flanger e volare, volare tanto. Guardando indietro agli ultimi due anni, i nostri giovanotti australiani non sono stati troppo ascoltati fino alla fine dello scorso anno, quando un mare di chitarristi sono andati (e per questo rendiamo grazie, signore) spaventosamente in fissa con Tony Iommi, come successe al giovane Mascis quando ascoltava solo Minor Threat e suonava la batteria. Dio quanto bisogno aveva il mondo di Tony Iommi.

Eh si però mescolare quella fissa che i nostri ragazzoni hanno per i Beatles di Revolver (se uno ci fa molta attenzione, alla fine si nota) con un’ancora più rigido feticcio Black Sabbath, come in Elephant, nascondeva un rischio. Pezzone, per carità, ma ricordo distintamente che mentre tutti, ma proprio tutti, postavano Elephant come non ci fosse un domani, mi sono ritrovato ad ascoltarla dalla bacheca di La Repubblica XL ed ho pensato “Cristo! i Kasabian.” e mente prefiguravo un disco pieno di inconsapevoli Shoot The Runner, mi rintanai in un angolo a piangere la prematura stomacatura dal revival ‘70/’90. Per fortuna, come in tutte le migliori commedie americane con Ben Stiller o Andy Stitzer e le loro inadeguate virilità, tutto finisce inspiegabilmente per il meglio e c’è sempre una lezione da imparare per tutti (“vedi, può essere un bel disco anche se lo spinge La Repubblica”). Io, quando ho cliccato play su NPR, ho sentito partire un looppone di voce e percussioni, ho ascoltato un disco avventuroso, audace, space, con tutte le psych-jam di tutti gli anni che vuoi e tanto altro di nuovo, un disco in cui c’è, si, anche Elephant, che è un pezzo di cristo.