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Voglio mandarti una fotografia di quanto sei lontano

23 Ott

di Elena Fortunati

Prendi una parete completamente bianca all’interno di un imponente ex magazzino adibito da meno di dieci anni a museo. Prendi una piccola foto, di dimensioni consuete, un formato dieci per quindici (ad esempio) e attaccala su quella parete bianca e vuota.
Guardaci dentro.
L’immagine del mare.
Guarda meglio.

E’ l’immagine dell’oceano.
“Voglio mandarti una fotografia di quanto sei lontano”.
Della distanza che c’è tra me, attualmente posizionata a circa 40km a nord di Roma, e David Horvitz,  uomo di Brooklyn ossessionato dalla realizzazione di progetti bizzarri. Una distanza annullabile con nove  ore e trentacinque minuti di volo su un Boeing 777 Alitalia, con una traversata su una nave mercantile della durata di due settimane circa, con una nuotata utopica a un ritmo di cinquantaquattro bracciate al minuto e una media di sessanta km in ventiquattro ore per centoquattordici giorni .
Poi te ne mando un’altra di foto, un minuto più tardi. Perché la distanza non è solo fisica ma anche temporale.
E quella non è mai statica, ma sempre, implacabilmente, in costante crescita.

 

FAR AWAY FROM FIJI – WE ARE HERE from Far Away From Fiji on Vimeo.

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Christine Sun Kim

24 Set

di Elena Fortunati

Un giorno qualunque di settembre. Una mattinata qualunque. Delle 8e30 qualunque. Mi alzo mettendo rigorosamente i piedi sul tappeto blu. Fisso la parete davanti a me, quei minuti che servono per ricordare perché mi sonosvegliata. Scendo al piano di sotto. Momento sacro della colazione. Decido di fare del caffè cercando con attenzione di non buttare il contenuto del barattolo fuori dalla macchinetta. Prendo l’occorrente per sfamarmi. E qui includo anche il mio computer. Leggo la posta che mi avverte delle offerte imperdibili che in realtà sto perdendo, delle news dal mondo, delle scadenze, dei social network.
Il social network.
Cosa propone sulle sue bacheche.
Link, link, link.
Musica, musica, musica.
Argomenti di dubbio interesse, argomenti di dubbio interesse, argomenti di dubbio interesse.

Gli occhi si bloccano alla vista di un nome diverso rispetto agli altri: “Christine Sun Kim, A Selby Film”.

E’ un video. Sull’anteprima ci sono dei palloncini. Ovvio, lo guardo. Christine Sun Kim è un’artista californiana che nella sua vita non ha mai sentito un suono e per questo ha deciso di disegnarlo. Il suo obiettivo è quello di tradurre un suono in un’altra forma, una forma che sia visibile. Inevitabilmente, nel mio cervello, si accende la parte di memoria dedicata alla definizione scientifica di suono che ho riempito negli anni. Troppe nozioni, troppe caratteristiche. Suono, onde sonore, acustica, rumore, silenzio, rumore bianco, rumore rosa, volume, altezza, timbro, vibrazione, note, frequenza.

Il suono per lei invece è un fantasma e una valuta. Lui è lì ma lei non lo vede. Tutto ciò che sa è che è proprietà degli altri. Afferma che fin dal principio il suo contatto con il suono è stato soprattutto fisico. Tutto è iniziato dal suo corpo.
Il feedback è il suo suono preferito.
Perché il feedback è “fierce and rough which sends vibration through my body. It moves my body”.