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Il ciclo dei rifiuti

22 Ott

di Andrea Macrì

Il vecchio signore si avvicina e dice, con una voce biascicata che sembra passata attraverso un vocoder di sigarette e raffreddori: “Mi sembri uno che ne capisce: guarda, ho anche queste magliette dei Sonic Youth e la ristampa del primo dei Dream Syndicate”. Io sono entrato qui e ho già comprato “The Great Destroyer” dei Low (album rivelatosi immane, poi) e gli ho chiesto di un disco degli Husker Du.

Gli Husker Du. La band più sottovalutata di sempre.

Quel negozio di dischi, ho saputo, ha poi chiuso. Ogni tanto mi capita di ripassarci davanti, quando passo da Cosenza. Aveva il nome di un noto paninaro romano. Il tizio me lo ricordo imbacuccatissimo e con gli occhiali che gli facevano sembrare le orbite quelle di un ranocchio. Chissà come si è riciclato, a circa cinquant’anni, quando quel negozio (costosissimo, sia chiaro, ma pieno di roba figa) ha dovuto chiudere…

Me lo immagino dormire in macchina con una pila immane di dischi stipati nel cofano e dentro al cruscotto. Lo fermano per un controllo e invece della carta di circolazione passa una copia di “(I’m) Stranded” dei Saints ristampata. Mi domando soprattutto cosa abbia pensato, l’uomo che mi vendette “Candy Apple Grey” degli Husker Du, dell’ennesimo riciclo meraviglioso di Bob Mould. Magari prova invidia, visto che lui forse non si è riciclato. Magari diventando un rifiuto.

 

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Bloom

25 Set

di Giulia Nardi

I Beach House sono come una gabbia, o meglio, una palla di vetro, un’enorme bolla di sapone.
Te la porti dietro, tipo airbag e quando senti di averne bisogno inizia Myrth; la bolla si gonfia, ti rinchiude, attutisce i colpi, leviga gli spigoli. Vedi fuori ma non senti le voci.
Da fuori si sente la pioggia, si sente il sole che brucia, si sentono le urla, si sente la dispersione.
Allora fai i conti, inizi a parlare con te stesso, lo trovi invecchiato, ti sembra più grasso. Lo rimproveri bonariamente, lo coccoli senza compatirlo.

I Beach House, con l’accuratezza di una donna di casa, filtrano, setacciano, impastano, rimescolano, fanno anche male a tratti, ti stirano. Ma poi ne esci pulito, come dopo un massaggio, come dopo quei dolori prolungati che alla fine sanno darti il sollievo di mille prove superate. Un tu per tu. Bloom non è un disco, è un’ apnea che dura un’ ora. Poi ti guardi mentre risali dall’acqua, respiri forte e ti trovi più bello. A qualcosa sarà servito allora.
Ora però tutto sta nel riabituarsi alla luce, al vento, ai rumori, agli urti, ai graffi e alle intemperie.

 

 

 

La Rabbia

15 Set

di Giulia Nardi

Mi piace sentire la rabbia. Almeno ogni tanto. Perché sì, di solito preferisco musica bella, voci accomodanti, violini, archi e qualche synth delicato. Ma ci sono momenti in cui guardi fuori e le cose sono dure, nere, ruvide, spigolose. E allora di sentire una voce carina non ne hai per niente voglia. Allora la musica smette di essere un palliativo e diventa la conferma urlante di tutto quello che non va, di quello che poteva andare e invece, di quello che sta in fondo e brucia, scotta, rode.
E’ la confusione, quella in cui non ci sono chitarre ma suoni digitali che stridono e che rotolano fino a un punto di indistinzione, di caos, di fusione.

Laggiù non c’è morale, non c’è sociale, c’è solo decostruzione e sfogo libero, senza canali, senza corsie preferenziali.
Insomma mi sforzo di guardare la gente senza digrignare i denti ma a volte è inutile controllarsi; regaliamo ai passanti il nostro muso distorto. Scordatevi di quella rabbia di moda che ci rende tutti giovani, belli, ribelli e anticonformisti. A volte si è incazzati davvero e allora sti cazzi di dirlo in modo fico, di bestemmiare in modo simpatico, di prendere like su facebook con qualche stato acchiappa-consenso, di farsi consolare poi da quello più carino.
Io, ad esempio, lo dico con i Death Grips.

Amor Fou alì

10 Mag

Il passo coi tempi è veloce, tutto assolutamente da condividere su diari virtuali riempiti da foto scattate con iphone, meticolosamente in modalità Instagram. Filtri colorati, sfocatura sognanti, irreali, bellissime.
Eppure, a volte non capisco.
Paura? Un po’.

Tutto questo sembra condensarsi nel video del singolo Alì degli Amor Fou, tratto dal loro nuovo album 100giornidaoggi, in uscita il 15 maggio.
L’apocalittico collettivo Steven Jorger ha diretto l’impresa visiva curando giorno dopo giorno perfino il profilo tumblr. Il risultato è il susseguirsi coscienzioso di animazioni dai colori flou, piene d’interferenze finto analogiche, sapientemente loopate e accompagnate da alcuni estratti dei loro testi.
Il messaggio con annesse distorsioni, arriva profondo, dritto dritto nella pancia.

“E poi fu un attimo, cadere vittime, di un’immensa trasgressiva voglia, di non esser soli”

Mariateresa Leone

Guarda qui il Tumblr Video di Alì

We must not let time go by

9 Mag

Non sono tanto amante delle citazioni. Anzi, nutro un certo timore nei confronti di quelli che durante una conversazione ci ficcano citazioni prese chissà dove, o scoperte il giorno prima su wikipedia.. Ma, a volte, mi piace riprendere frasi da libri che ho letto.

© Clara Natale

Spesso prima di uscire mi capita, nel frenetico e oramai meccanico rito della preparazione della borsa – la mia, diciamolo, fa concorrenza a quella di Mary Poppins – di prenderne uno a caso. Mi piace sfogliarli distrattamente mentre attendo il bus. Riprendere quelle pagine usate, che sanno di vita, che sanno di sabbia, che sanno di piacevole malinconia.
Ieri mi è capitato tra le mani The Picture of Dorian Gray e altro che sfogliarlo distrattamente, mi sono talmente distratta sfogliandolo che non mi sono resa conto che era passato il 61. E così altri 18 minuti di attesa. Ma sticazzi.
Ho riflettuto più a lungo su questa frase: “Nowadays people know the price of everything and the value of nothing.”
Quanto hai ragione Oscar!
Esempio: il valore di uno sguardo. Viviamo in un mondo in cui non riusciamo a trattenere per qualche secondo neppure lo sguardo più dolce o timido.
Perché? Cosa ci fa paura? E’ solo vedere. Si può sorridere e restituire lo sguardo.
E invece no, il più delle volte i nostri occhi diventano come schegge infuriate che scappano chissà dove. Diventa più affascinante il pavimento lercio della metro piuttosto che il traffico di rughe che segna il volto di una vecchia signora.
No. Io voglio chiudere gli occhi e assaporare il valore delle cose.
Della grattachecca al limone. Del profumo delle riviste appena stampate. Di quel saluto che non ti aspettavi. Del calore del sole sulla pelle. Delle parole mai dette. E di quelle sussurrate.

You feel it all around yourself

Clara Natale

Beastie Boy

8 Mag

E’ venerdì 4 maggio, ho appena appreso che oggi è morto MCA, Adam Yauch, dei Beastie Boys. Faccio la cosa di prendere e condividere online un pezzo, del resto rendere virale il R.I.P. è come andare al funerale virtuale con l’ombrello nero, virtuale pure quello. Un commento di 10 minuti prima, sotto al video su YouTube, legge “He’s not gone, MCA’s in the back because he’s skeezin’ with a whore”.

Quest’anno sono venti da Check Your Head, il mio disco preferito del trio, quello che probabilmente più ne definisce lo stile, ammesso che sia definibile lo stile dei Beastie Boys, che da un certo punto hanno contribuito ad elevare l’hip hop ad ondata artistica globale con alcune delle cose più creative mai registrate, che hanno lasciato un’influenza ed una legacy tra le più pesanti in tutta la musica e cultura pop, influenzando tanto Beck quanto i RATM, tra altri mille. Intrattenitori e produttori inarrivabili (e chi ha ascoltato Licenced to Ill, Paul’s Butique, Check Your Head, Ill Communication capisce che non è una di quelle cose che si dice quando ne muore uno), artisti colti e maturi, che, testimone il disco dell’anno scorso, invecchiano molto più che bene. E questo di sicuro era Yauch, tra le altre cose attivista, ma anche bassista e soprattutto videomaker della band, e non lo devo certo stare a dire io, ma MCA, la più bestia tra i Beastie Boys, a me piace ricordarmelo white trash, puttaniere, imbottito di birra, sboccato, che entra sulla strofa con tutto ciò che può significare “hardcore” e che così, al primo disco, porta il rap a fenomeno di massa tra i ragazzini e ridefinisce l’estetica “cool” per una generazione e per il decennio a venire.

Sicuro, ad una roba del genere scritta per lui avrebbe preferito una sbronza in suo onore.

Born and bred Brooklyn, U.S.A. | They call me Adam Yauch, but I’m M.C.A.

Like a lemon to a lime, a lime to a lemon | I sip the def ale with all the fly women.

Edoardo Biscossi

Pro-Memoria

7 Mag

Mi sono trovato spesso davanti a molte persone, ma molte poche erano davvero in fissa per qualcosa. Io una ce l’ho e questa è proprio la tua fottuta.
Mi sono spesso chiesto perché la tua fottuta funziona così bene. La risposta che mi sono dato è: perché la gente lì trova ciò che cerca. La musica. Non quella che ci dicono che sia bella ma quella che è bella per come è. Quella fatta di ragazzi sudati sul palco che pompano a mille il loro modo di emozionare, che passano ore a fare soundchek senza mai stancarsi. Quella musica che guardi ed ascolti, la osservi e la vivi senza renderti conto del tempo che passa.
Ho capito che cos’era davvero la tua fottuta quando il 10 novembre al circoletto degli artisti gruppi come gli Electric Superfuzz e i Boxerin Club avevano finito le copie dei loro cd nel giro di 10 minuti.
Ho capito che non è solo gente brava che si fa il culo e che riceve tante botte ma è soprattutto passione.
L’appuntamento mensile al circolo è diventato la mia dose di musica. E quando ti ci abitui non ne puoi fare a meno così facilmente. Decisi, perciò, che, per ogni serata, mi sarei comprato il cd del gruppo che mi fosse piaciuto di più. Volevo creare un piccolo album dei ricordi e alla fine ho comprato 15 cd. Ho superato ogni mia aspettativa ma non me ne frega un cazzo.

Sfogliando quest’album ho trovato il ricordo dei Criminal Jokers al Traffic, quello dei batteristi dei Da Hand in the Middle che suonavano su valigie e taniche, quello della folla che sognava con i Sadside Project e Roberta Sammarelli. Mi sono imbattuto in quello degli Indie Boys con il loro splendido video, mi sono venuti in mente gli Appaloosa con il loro ritmo travolgente e i Drink To me con la loro semplicità. Mi viene in mente anche il 5 aprile e gli applausi ai Bamboo per la soddisfazione nel sentire una musica nuova che sa ridere e far divertire, che sa appassionare e farsi apprezzare anche con una chitarra per bambini.
Cose mai viste. Cose che vanno solo apprezzate. Saranno difficili da ricordarsi tutte e magari mi verranno in mente quando metterò in un vecchio stereo uno di quei Cd che ho comprato lì e che solo lì posso trovare. Perché solo lì posso stare così come sto: in fissa.
La tua Fottuta Musica Alternativa è un brutto nome che ha portato sulla scena 35 gruppi che prima non conoscevi e ora conosci. Te ne sarà piaciuto almeno uno no?
Qualcosa da aggiungere a questo album della musica ce l’avrò il 10 maggio.
E tu cosa ricorderai? Io la gente. E la musica. Tanta Musica.

Simone Miscellanea