Tag Archives: Andrea Macrì

Il ciclo dei rifiuti

22 Ott

di Andrea Macrì

Il vecchio signore si avvicina e dice, con una voce biascicata che sembra passata attraverso un vocoder di sigarette e raffreddori: “Mi sembri uno che ne capisce: guarda, ho anche queste magliette dei Sonic Youth e la ristampa del primo dei Dream Syndicate”. Io sono entrato qui e ho già comprato “The Great Destroyer” dei Low (album rivelatosi immane, poi) e gli ho chiesto di un disco degli Husker Du.

Gli Husker Du. La band più sottovalutata di sempre.

Quel negozio di dischi, ho saputo, ha poi chiuso. Ogni tanto mi capita di ripassarci davanti, quando passo da Cosenza. Aveva il nome di un noto paninaro romano. Il tizio me lo ricordo imbacuccatissimo e con gli occhiali che gli facevano sembrare le orbite quelle di un ranocchio. Chissà come si è riciclato, a circa cinquant’anni, quando quel negozio (costosissimo, sia chiaro, ma pieno di roba figa) ha dovuto chiudere…

Me lo immagino dormire in macchina con una pila immane di dischi stipati nel cofano e dentro al cruscotto. Lo fermano per un controllo e invece della carta di circolazione passa una copia di “(I’m) Stranded” dei Saints ristampata. Mi domando soprattutto cosa abbia pensato, l’uomo che mi vendette “Candy Apple Grey” degli Husker Du, dell’ennesimo riciclo meraviglioso di Bob Mould. Magari prova invidia, visto che lui forse non si è riciclato. Magari diventando un rifiuto.

 

Annunci

Elio

19 Set

di Andrea Macrì

Il peggior nemico dell’amore, oggi, non è l’indifferenza. E’ la crisi economica. E’ la mancanza di occupazioni durature (quando non di semplici occupazioni), l’impossibilità di perimetrare una relazione a due con gesti che, in un modo o nell’altro, hanno sempre più spesso un valore economico. Vuoi comprarle un libro? Dieci Euro. Un viaggio? Cerca offerte, ma solo se hai soldi sulla carta di credito. Vuoi portarla a cena fuori? Forse è meglio che risparmi e la inviti a casa. Se hai una casa e non un appartamento condiviso con altre 4 persone e una cucina minuscola.

Il peggior nemico dell’amore, oggi, è la crisi, che fa sembrare quell’unico euro in tasca un cactus su un pianoro desertico.
La crisi che spinge intere coppie a dover lottare con la distanza, questo grande mastino mascherato da sfida che, si dice, se superata rafforza un amore, ma infido come un bulletto figlio di genitori che lo viziano. Dio, la distanza. Impegno, sacrificio, chilometri e tanta pazienza. Poche paranoie, amico. Tanta fiducia.

Potete mettervi a cercare di volare con i vostri palloncini a forma di cuore, ma anche una bombola di elio ha un prezzo. Magari irrisorio, ma anche questo è concetto che la crisi s’è mangiata.
Ma spendere gli ultimi soldi per poter stringere una certa mano è un bel modo di morire di fame.
D’altronde, ciò che viene fatto per amore viene fatto al di là del bene e del male e del bancomat.

 

 

Umberto Palazzo, 4 Ottobre @Circolo degli Artisti (Free Download)

11 Set

di Andrea Macrì

Il gesto più punk che un punk potrebbe fare è quello di ascoltare prog – da una conversazione del sottoscritto con un suo carissimo amico.

È possibile equiparare i segni lasciati da una persona che non conosciamo personalmente ma di cui siamo amici su Facebook (in questo caso, un artista, un musicista) come indicatori di quelle sensazioni “a pelle” che abbiamo quando incontriamo per la prima volta un essere umano? Voglio dire: i segni digitali che una persona che non conosciamo lascia, possono equivalere, nella vita reale, alla vecchia e cara “prima impressione”? Se così fosse, allora l’aggettivo per definire Umberto Palazzo mi pare uno solo: libero.
Su Facebook, Palazzo è uno che (anche per il suo essere un dj) è costantemente aggiornato su ciò che avviene nella musica rock e diramazioni varie a livello globale, non nel semplice alveo italico. E lì lo vedi impegnatissimo a lanciare discussioni, provocazioni e stimoli sul reale stato delle cose della musica rock.
Ma non è tutto qui. È più l’idea che, seguendolo, anche un pasdaran del punk rock, tra qualche mese, potrebbe trovarsi ad amare un disco prog asiatico. È questa idea di mancanza di barriere che mi fa impazzire. E al punk in questione mi verrebbe da dire: preferisci restare punk o essere libero? 

[Influenza positiva di Palazzo sul sottoscritto: quest’estate sono entrato in una discoteca rock e, credetemi, l’ho trovata uno dei luoghi più conservatori di tutti i tempi. Mettevano i pezzi e mi rendevo conto che non vi era uno degli ultimi tre anni. La media era dieci anni e più.
Credetemi, non è un tentativo, il mio, di cavalcare un’onda. Spesso mi trovo in disaccordo con ciò che scrive, ma è sempre qualcosa che mi costringe a riflettere].

Magari però su Palazzo sto dicendo stronzate, magari è un bifolco che fa tutto per tornaconto personale, ma, signori, ecco l’altro aggettivo che mi viene in mente: alternativo. E nel senso più profondo e meno sciovinista del termine.
La musica di Palazzo e la sua attitudine nei confronti della “metafisica attorno alle cose sonore” sono realmente altre: perché non è forse oggi il suo disco solista, “Canzoni della notte e della controra”, quello che per i padri pellegrini del rock alternativo erano gli album dei Sonic Youth, degli Husker Du, dei Replacements?
Con questo disco Palazzo ha unito sangue e sogni – quelle canzoni così terrigne e spartane eppure così veleggianti – con una riflessione enorme: che cosa sarebbe oggi il rock se il rock non ci fosse mai stato? Magari non sono così preparato, ma chi ci aveva mai pensato prima? E soprattutto, anche se qualcuno ci avesse pensato, il solo aver inciso un disco su un’idea del genere praticamente da solo, qui ed ora (o meglio, l’anno scorso), nell’immane oceano di musica tutta uguale che troviamo oggi, non lo rende già qualcosa di meritevole di un ascolto?

Potrei parlare della carriera di Palazzo, a questo punto, ma in Rete trovate informazioni migliori, cronachistiche e dettagliate. A me importa dirvi che Palazzo ha suonato con band che ho amato e che è un artista di cui dovremmo andare fieri: senza peli sulla lingua e – mi pare – con un cuore abbastanza grande. Lui non è uno che si fa fottere dalla musica, parafrasando un adagio di questo blog: lui ama la musica, e se ne FOTTE di tutto il resto. Almeno, così mi pare.

E se magari quanto sopra scritto vi sembra troppo agiografico, vediamoci il 4 Ottobre al Circolo: sono pronto a farmi insultare per pochi spicci.

Umberto Palazzo si esibirà sul Palco Acustico de La Tua Fottuta il 4 Ottobre al Circolo degli Artisti.

Avete 24 ore a disposizione per scaricare gratuitamente qui “La Controra”. 

Illeggibili e confuse impressioni su I Mostri e sull’essere ascoltatori di rock, oggi

17 Lug

di Andrea Macrì

Io avevo ascoltato, de I Mostri, solo la canzone “Camilla”, e non è che mi avesse fatto impazzire.
Poi sabato sera, a Roma Brucia, causa amici-cena-e-altre-cose, sono riuscito a vederli solo per l’ultimo pezzo, “Che Italia è?”. Pezzo che, un attimo dopo, stavo canticchiando mentre mi avviavo per raggiungere nuovamente i miei amici fuori dallo stage. Pezzo che il cantante ha chiuso spaccando la chitarra.

Io non so cosa pensare de I Mostri. La loro non è (mi pare) musica innovativa, e questo lo dico in un periodo della mia vita di consumatore musicale in cui sto cercando di agganciarmi all’attualità, in cui cerco di ascoltare tanta roba nuova, dopo che, per anni, ho ascoltato solo roba vecchia o che comunque aveva la particolarità di muovere il rock un passo più in là, quanto a novità. Novità che spesso erano del 1994, al massimo (mea fottuta culpa).

Foto di Claudia Picone

Ma quell’ultimo pezzo de I Mostri mi ha ricordato una cosa: che esiste ancora gente che si sbatte per questa musica, che ci crede, e non riesco a vedere (nemmeno in quel gesto della chitarra spaccata), un tentativo di hype – l’hype credo sia ciò che sta distruggendo tutto il rock.
Che c’è gente che, anche se non sarà D. Boon o Lou Reed o Bob Dylan, è animata dalla splendida motivazione del rock: far muovere il culo non spegnendoti il cervello. E che, anche se non c’è innovazione, spesso basta solo il famoso sacro fuoco.

Ora mi trovo qui a pensare che, alla fine, gli ascoltatori non dovrebbero essere distratti da altro che non sia la musica (e qui mi trovo davanti alle porte di un discorso talmente complicato, legato alla curiosità delle persone, che a sua volta dovrebbe derivare dalla loro educazione/formazione culturale – secondo me -, che non voglio nemmeno azzardarmi a fare quel passo per superare quelle porte, per evitarmi un mal di testa colossale e infiniti salti tra una contraddizione e l’altra).

Io l’altra sera, durante quel pezzo, mi sono sentito solo con la mia cultura e col mio istinto (credo sia ciò che intendo con “farsi distrarre solo dalla musica”), da un lato pensando “questi tizi, non so perché, mi ricordano i Libertines” e, dall’altro, ritrovandomi a canticchiare il pezzo di cui sopra. E credo questi siano due grandi meriti – ma può anche darsi che il mio sistema di valori sia sbagliato, eh!?
Spero solo non facciano la fine dei Libertines. E che non pensino mai – bontà loro – all’hype.

Poi – ripeto – io non li conosco benissimo. E avrà ragione chi vorrà dirmi: “chi sei tu per giudicare?”.

Le vostre madri con voi hanno sinceramente sbagliato

21 Giu

di Andrea Macrì

C’è una scena della mia serie preferita – The Wire, che potrebbe essere classificata nella mia vita come una specie di malattia per cui tra qualche anno sarà troppo tardi riprendermi, e vedrete magari dei dottori somministrare, a me e a ad altre persone, farmaci con scritte di prodotti culturali – in cui mi viene da piangere.
Non si tratta di una vera scena, bensì di un frame brevissimo in cui un ragazzino (Wallace – e qui i paralleli col mio scrittore preferito mi fanno girare la testa toccandomi il cuore del cervello) domanda: “How you get to be the king?”, mentre gli stanno spiegando il gioco degli scacchi.

E’ un attimo in cui Wallace abbassa gli occhi ed ha una voce tristissima, un refolo piccolissimo di un ragazzino nel mezzo tra l’infanzia in un ghetto e il futuro di cui è vietato chiedersi.
Mi capita spesso di pensarci, a questa cosa. E la vedo molto rappresentativa della mia potenzile rappresentatività di una parte di popolazione non adolescente, ma quasi trentenne, che ha a che fare con cose spesso terribili come la noia e la sofferenza. E che, forse, rispetto al passato, ai nostri padri, non può più domandarsi “Come si fa a diventare il re?”. Al massimo, “Come faccio a far parte della corte?”. Ma forse questa è una domanda più da berlusconiani, e di Berlusconi non importa più molto a nessuno.

 

 

Questa nostalgia che è la mia vita

14 Giu

di Andrea Macrì

Dove sono finite le vacanze di tre mesi? Dove ho messo i miei sandali verdi di plastica in cui trovavo sempre, tornando dal mare, un sassolino, confermando una specie di cliché da canzone leggera?

Dov’è finito il relax non percepito di quando ero un bambino, quando non ti rendi conto che quel non avere responsabilità è già una forma di dovere nei confronti del tempo che passa? Avessi avuto qualcuno a parlarmi di carpe diem, non l’avrei di certo ascoltato.

Dov’è finita l’estate del ’99, quando scoprii i Sex Pistols e pensai quanto fossero giusti, esatti? Dov’è finito il libro di Pavese che regalarono a mia sorella, la peggior lettrice mai esistita, che le rubai e da cui lessi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”?

Tutte queste cose, dove sono? Dove sono le cose sbarazzine e inutili e ora quasi vergognose che tanto mi facevano ridere?

Venite tutte con me, voi e le altre mille che non ho nominato. Rubate i posti ora indebitamente occupati dalle responsabilità. Venite – io vi proteggerò – in questo piccolo finale felliniano prolungato fino a chissà quale limite che è la nostalgia di cui da sempre soffro. E di cui mi compiaccio. E di cui vado orgoglioso.

Questa nostalgia che è la mia vita.

 

 

Di autentici mi sono rimasti solo i nemici

8 Giu

di Andrea Macrì

Io ho studiato scienze della comunicazione. A parte gli enormi snobismi che ho subito per questo (ricambiati in maniera ironica, spesso: “Sai che la chiamano SCIENZE DELLE MERENDINE?”Infatti mi sono laureato con una tesi sui Flauti del Mulino Bianco”), essa mi ha insegnato che il problema fondamentale della società odierna è – per quel che posso azzardarmi a sospettare – l’autenticità.
Voglio dire: una persona che non è autentica la puoi definire falsa, e in quella falsità c’è, più sotto, più in fondo, sempre la demagogica necessità di essere apprezzati dagli altri.
Un tempo potevi dire di una persona: “E’ calcolatrice”.


Oggi credo non sia più possibile, anzi: credo che essere calcolatori sia quasi un meccanismo mentale di default, probabilmente.
“Cosa penserà quella persona?” è una specie di tappeto steso su gran parte delle sinapsi delle persone, oggi (vado sempre supponendo).
E c’è anche un gesto che è indicativo di questa tendenza: una persona dice qualcosa ad un’altra, e dopo averla detta guarda un’altra persona ulteriore presente in quello spazio. E’ un attimo, e quello sguardo significa: ho la tua approvazione?
A me questo sembra di vedere oggi in gran parte della musica.
Per questo mi piacciono i Tinariwen. Loro sembrano guardarti sempre negli occhi. Quando non sono impegnati a guardare il nemico.