I want fantasy

14 Gen

di Clara Natale

Amo la solitudine. Un tempo la odiavo. Ma col tempo ho imparato a cercarla, a desiderarla. Perché stando da soli si riescono a sentire quelle voci che altrimenti sarebbero solo sussurri poco chiari. Come se fossero delle fatine ubriache che svolazzano nella tua testa e si scontrano con i tuoi pensieri. Essere soli è triste. Ma stare da soli no. Chi sa stare da solo è in grado di ascoltare il proprio silenzio. Capire ciò che vuole. Creare il proprio spazio. Creare quel confine rispetto agli altri. Che non è porre dei paletti o disegnare una distanza. È costruire una staccionata bianca attorno alla propria casa. Al proprio giardino. Decorarla con ghirlande luminose e invitare qualcuno ad attraversarla per prendere un tè sotto un salice piangente. Quasi come si fosse dentro un dipinto di Monet.

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E’ osservare il soffitto, stesi per terra. And I hate that tomorrow’s too soon.

Sentire i passi del vicino. Una corvo che gracchia lontano. I’m building higher than I can see.

I want fantasy. Le luci arancioni del lampione che quasi ti accecano nel buio. I’m burning to impress. E ascoltare il silenzio. Il tuo silenzio.

Per non sentirti solo.

Mai.

I can be fantasy.

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La Tua Fottuta VideoIntervista

10 Gen

La Tua Fottuta porta qualità e novità sul palco.
Tu vieni sotto il palco, ascolti tante belle cose e, attento come sei, hai dubbi, perplessità e vorresti ti fossero chiariti alcuni punti direttamente dalla band? O magari sei solo un super fan arso/a dal desiderio di parlare con il tuo idolo?

Noi ti veniamo incontro. Noi siamo per il popolo, con il popolo.
Noi pubblichiamo, oggi, Le – prime – Tue Fottute VideoInterviste.
Ogni mese, per voi, le migliori band di passaggio sul palco del Circolo degli Artisti, saranno ai nostri microfoni per curiosità, anteprime e molto altro ancora.
Questa è La Tua Fottuta VideoIntervista.
Sii una groupie nell’era digitale con noi.

 

 

Il Tuo Fottuto Free Download: Honeybird & The Birdies

10 Dic

In occasione del concerto del 20 dicembre al Circolo degli Artisti, Honeybird & The Birdies vi regalano il download del brano più romano del loro nuovo album “You Should Reproduce”.

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Si intitola “Where D’ya Live Yo?”, un trasloco in trenino da Tower of Slaves (Tor de’ Schiavi) a Freddy of the Pine (Federico Delpino)!
Siateci il 20 dicembre, sarà la fine del mondo! Daje forte!!

Clicca qui per scaricare Where D’ya Live Yo?

Too Raging To Cheers

5 Dic

di Jacopo Pesci Rossi

Altri vagoni immersi nel fango. Svelte occhiate fuori dagli oblò. Fuggo. Ogni curva è un’onda, ogni fermata un’immersione. Puzza di fumo e vomito. Luci al neon, verde chiaro rapiscono la cornea, mentre vecchi e ansimanti fantasmi trascinano le loro umide vesti sulla banchina. Ventimila leghe dentro al cuore.

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Vendo caos. Il prezzo è un po’ di vita. Non s’accettano scambi. Il vecchio guardiano è lì, al solito posto. Un tutt’uno di muffa e edera. Il buio e poi il sole. Il nulla e poi il sole. Il vuoto e tutto ad un tratto il sole. Non so più a cosa abituarmi. Mi tufferò in un rapido sonno tra zanzare e lamenti incoscienti per non guardare. Il mio risveglio sarà il mare. Apri gli occhi. È la fine del mondo. Lotta eterna tra oceano e sabbia per il possesso del pianeta. Noi non centriamo nulla. Lasciamoli divertire. Noi, piangiamo.

 

E il vento dell’ovest rideva gentile

26 Nov

di Roberta Mazzeo

Ci son mille motivi per apprezzare un viaggio.

Compiacersi in quei piccoli rituali, come sfidare apertamente (e last minute) la propria valigia, dare un’occhiata furtiva al panorama dall’oblò, curiosare la mappa solo una volta arrivata, assaggiare il cibo locale: questo, per me, è uno di quelli.

Che poi non tutte le partenze saran soddisfacenti, anzi alcune deluderanno le aspettative, non importa.

Tutto ciò si compenserà con quelle poche volte in cui un luogo ti resterà dentro: perché di panorami mozzafiato ce ne sono tanti, ma raramente in grado di toccare le corde dell’anima.

Forse non ne potrai spiegare razionalmente il motivo, sicuramente godrai di quel piccolo attimo di serenità.

 

E se percepisci che un posto sussurra di te, donandoti qualcosa allo stesso tempo, allora ringrazierai tutto, il suo folklore, il cielo, il vento, persino la troppo frequente pioggia che, però, contribuisce a donare quei colori e quelle atmosfere: ed è bello provarci con una canzone.

 

 

Shields

22 Nov

di Giulia Nardi

Shields mi ricorda la maturità. Quella che arriva giorno dopo giorno. Quella che invece a te ti sembra cadere a picco, sulle spalle, dietro il collo, mentre ti guarda con gli occhi di chi non vuole andarsene più via.
Shields è un disco maturo, sì, complicato, zeppo di influenze, quasi barocco; il disco di qualcuno che cresce e cammina in avanti ma con gli occhi che continuano a sbirciare quello che è rimasto indietro.
Ci sono domande -tante domande- ma anche tante piccole risposte, incastrate in una costruzione che impressiona per come riesce, per come suona, per come si distende.

Il tutto sembra come un lungo flusso di coscienza, un accavallarsi di spunti, di cambi d’umore, di momenti riservati per sé, di problemi irrisolti –quando alla fine ti rendi conto che non c’è altro modo di viverli per bene se non lasciare che rimangano irrisolti.
Shields sta con un piede sul cuore e uno sulla testa: ti piace perché è ben fatto e ti piace perché ti immobilizza là dove sei a srotolare tutto il gomitolo di emozioni che si porta dietro.
“Lately it’s about all I can take
I will move and mend and mold this break

Shell with another crack
I’m small but I can keep track.”

Yet again te lo dice così. Come è normale ferirsi e lasciarsi ferire e come è normale poi guarire.
Alla fine non sono cosi male con qualche cicatrice in più, piccola ma al passo – se lo dice Saggio Shields…

 

 

Scrivo storie. Almeno ci provo

20 Nov

di Clara Natale

Marzia si alimentava di ossigeno ultimamente. A volte, però, si dimenticava di respirare. Lui era come una boccata d’aria fresca in una notte d’estate.

Con Simone lei era ritornata vergine. Aveva ricominciato a vivere ogni cosa come se fosse la prima volta. Era tutto nuovo. Ogni giorno scopriva attimi di felicità e li guardava con gli occhi curiosi di un bambino alle prime esperienze con la vita. Marzia si sentiva una bambina con lui. Non sapeva che in realtà, ai suoi occhi, era una donna. Non sapeva che il bambino alle prime armi con qualcosa di nuovo, eccitante e al tempo stesso spaventoso era il suo uomo. Lo stesso uomo che al mattino la avvolgeva tra le lenzuola rosse e la portava in giro per la casa tra le sue braccia, correndo per i corridoi, scalzo, con quel sorriso luminoso, come se fosse un premio da esibire ad un pubblico di pareti bianche e silenziose. Quel sorriso che solo a lei era concesso vedere. Perché solo lei era in grado di aspettare al buio, fuori di scena.

Simone sorrideva al mondo. Ma non lo dava a vedere. Era un sorriso nascosto. Uno di quei sorrisi che resta dietro il sipario, ma che comunque attende con speranza di essere applaudito. Lei aveva capito che per vedere quel sorriso, non bisognava stare in platea. Lei era una da dietro le quinte. Ed era stata l’unica, fino a quel momento, ad applaudire quel sorriso. Si erano trovati, così, per caso, in un pomeriggio di fine estate. Uno di quei pomeriggi in cui la città ricomincia a riempirsi, ma è ancora troppo vuota per evitarsi.

And life is like a pipe. 
And I’m a tiny penny rolling up the walls inside.