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Just around your home

22 Gen

di Martina Sanzi

Non avevo mai pensato che un giorno sarei voluto andar via. Pensavo di aver bisogno di tutte quelle cose: un pasto caldo ogni giorno, essere considerato uno di ‘famiglia’, mantenere sempre lo stesso posto sul divano per non portare iella durante le partite di calcio: ci avevo messo parecchio a imparare le regole ma alla fine avevo capito che quando ci si alzava in piedi urlando a squarciagola allora ero libero di farlo anche io. Si vabbè, lo facevo a modo mio ma insomma era forte. Magari detestavo essere trattato sempre come il piccolino di casa, quello che tanto non crescerà mai, che non si troverà mai niente da fare, una strada sua. Avevo persino il mio nome inciso in una di quelle targhette di metallo che si attaccano sopra quella grande scatola che contiene il cibo che spesso rubavo nei momenti di magra e avevo una credenza dove nasconderei biscotti al cioccolato.

© Martina Sanzi

© Martina Sanzi

Un giorno passeggiando con Frank (l’amico di cui sopra) in un vasto prato pieno di viole abbiamo osservato il tramonto: non che io non l’avessi mai visto, ma venerdì aveva un colore più intenso, era strano. Io cercavo di mettere a fuoco quella massa arancione a tutti i costi ma i miei occhi si erano posati su tutt’altro. Mi sono accorto ciò che stavo fissando era un altro me, proprio lì. Cazzo, era come avere davanti uno di quei pezzi di vetro che riflettono la propria immagine, però al contrario.. si gli specchi.

Con una scusa mi sono divincolato dal mio compagno correndo verso la figura identica a me. Non era me, ma ero io in versione femminile.  Abbiamo capito che se volevamo tagliare la corda e correre verso quel mare di verde ignoto dovevamo farlo subito e senza voltarci più. Non abbiamo avuto bisogno di PAROLE.

Già a noi Fox Terrier non servono.

Si, sono una cazzo di cane.

La vita che vorremmo avere avuto quando non l’abbiamo più

28 Set

di Martina Sanzi

 

Attenzione: per poter continuare a leggere, si consiglia l’ascolto forzato di Rugla, della Amiina.

 

La mattina ci svegliamo con il sordo rumore della sveglia e detestiamo il mondo. Un giorno perché abbiamo sonno, un altro perché non vogliamo in quel determinato posto o perché la sbronza della sera prima si fa sentire appena il primo raggio solare incontra i nostri occhi martellandoci i timpani, quasi come se ci vibrassero i neuroni. Vorremmo dormire ancora ma ci alziamo lo stesso. Come ogni mattina facciamo in modo che il nostro piede rigorosamente scalzo incontri di forza lo spigolo più appuntito della stanza. Imprecando quel santo che porta il nome di una mucca solo più grande,  zampettiamo a zig zag e raggiungendo a tentoni il bagno, ci sciacquiamo il viso, togliendoci di dosso le risate, le urla, gli schiamazzi della sera prima, i concerti che abbiamo udito scivolano via dalle orecchie e ciò che rimane è un semplice ronzio e un sorriso ebete stampato in faccia. Ci fa schifo guardarci allo specchio perché temiamo di giudicarci negativamente, beviamo di corsa un misero ma dolcissimo bicchiere di latte freddo con un paio di biscotti. Sono passati 5 minuti e non ci siamo resi ancora conto di quanto sia bello essere lì, a urlare contro tutto ma con una forza che non svanisce mai, neanche con il passare dei giorni.

© Martina Sanzi

Il tram pieno, il traffico cittadino, lo stereo della macchina a palla, le litigate con chi non si sa per quale motivo è sempre sopra di te o le discussioni con chi arriva dopo di te in coda ma pretende che tu gli ceda il tuo posto solo perché hai 25 anni e quindi che cazzo può fare uno come te, se non sedersi su una panchina e attendere che il lavoro dei suoi sogni venga giù?

‘Non penserai che vendere due dischi, suonare davanti a cento persone,  guadagnarti da vivere prendendo per il culo le emozioni altrui sia un mestiere?’

‘Certo che no, passi pure avanti che tanto non ho niente da fare.’

Beh , poi c’è il sole, i piccioni che ti cagano in testa, la vecchietta  che va ad uno all’ora mentre tu hai fretta, l’odore dei cornetti vicino casa che ti fa rinunciare alla dieta, i pranzi improvvisati su un prato, l’ipod che si inceppa quando avete più o meno 3 km di cammino, la vostra playlist preferita che vi rallegra la giornata e le sfide improvvisate con i vostri amici, a chi dice più cazzate intorno ad un tavolo, soprattutto quando il primo premio più ambito della casa è semplicemente una bottiglia di birra o una tazza enorme di gelato al cioccolato.

Se ci privassero di tutto questo, avremmo smesso di esistere.

Charlie on my mind

19 Lug

di Martina Sanzi

 

Era un giorno piovoso e mio padre mi venne a prendere a scuola con l’ombrello e uno strano ghigno sulle labbra. Avevo gli stivali neri ai piedi e i calzini inzuppati d’acqua. Il tragitto dalla mia scuola elementare a casa era breve e speravo che tornasse presto il sereno perché avevo una partita di cluedo da concludere con i miei compagni di gioco.

Mio padre sorridente mi guarda dicendo:

Oggi c’è una sorpresa per te.

Fui subito attratta da quella frase. Anzi, direi che la curiosità mi si stava mangiando. Lungo il tragitto cominciai a nominare di tutto. Da domani niente più scuola? Hai riparato i pattini? ah, ho capito! C’è un unicorno che mi attende in cortile?

© Martina Sanzi

Mio padre, per nulla spazientito non rispose a nessuna delle mie strampalate domande ma disse solo: lo vedrai quando saremo arrivati.

Non stavo più nella pelle. Non appena entrai a casa cominciai a capire che qualcosa era cambiato, c’era qualcuno. Attraversai il corridoio lungo e stretto manco fossi flash e entrai come una pazza in cucina dove mi attendeva mia madre. Sentii un suono acuto, quasi un lamento che mi fede sobbalzare. Mi piegai per sbirciare aldilà delle gambe di mia madre e ciò che intravidi fu un piccolo peluche nero che inveiva contro di me. Aspetta!non era un peluche..! Di lì è stato amore a prima vista.

A te.

Don’t Panic

6 Giu

di Martina Sanzi

La conoscete voi quella signora un po’ ingiallita e inquietante che spesso vi corre dietro a passo svelto nei momenti meno opportuni?

Chessò, avete un appuntamento che aspettavate da una vita, ma che dico! Che potrebbe cambiarvela addirittura. Per questo avete messo tre sveglie a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, avete dormito vestiti, preparato la macchinetta del caffè la sera prima e avete ripassato davanti allo specchio l’esatta espressione del vostro volto cercando di rendere una smorfia insicura, un vago sorriso. Si perché non sapevate che per sorridere in modo convincente ci vuole pratica? Non basta stamparsi sulla faccia un ironico sorrisetto. Potreste infastidire il malcapitato di fronte a voi che, leggendo il manuale come farsi prendere per il culo riconoscerà al paragrafo 3.1 il sorrisodelcapodistato. Dico io, nessun cittadino votante si aspetta che si avveri ciò che viene promesso nel programma elettorale ma cavolo! Nessuno di noi potrà tollerare una volta di più di trovarsi davanti quel maledetto ghigno stampato su un cartellone gigante, e per giunta davanti la vostra finestra!

Vabbè la faccio breve: le sveglie si sono inceppate (la terza l’avete volutamente lanciata dalla finestra dimenticandovi del vostro mitico appuntamento e sperando di colpire il cartellone) avete bruciato il caffè mentre vi cambiavate per la settima volta – perché guai a sentirvi perfetti per una volta!- e il vostro sorriso quasi vero è completamente rovinato dai segni sfiancanti di una notte passata a rigirarvi tra le lenzuola. Uscite di corsa, siete in un ritardo mostruoso, osservate il coglione di turno afferrare con mani sudice e stacanoviste la vostra occasione. Beh certo, lui si che sa come ci si sveglia in tempo, lui prepara sette cambi d’abito per ogni evenienza e si incaffeina meglio e più veloce di voi. E’ lì che la bastarda signora entra in gioco: nel traffico, sotto la metro, sulle scale mobili piene di gente. E’ persino sul tavolo di fronte al vostro che vi giudica con occhi sadici mentre state spiegando le bizzarrie che vi sono capitate al tipo che dovrebbe svoltare la vostra esistenza. Ad un tratto tutto è più vivido. Siete sicuri di portecela fare se respirate una sola volta in più, se chiudete gli occhi e lasciate che tutto vada come deve andare.

Fanculo stronza signora imbellettata. Ansia, non mi avrai.

 

 

Ricettario del giorno

16 Mag

Siamo sempre tutti indaffarati. Ci interessa sempre tutto ma non ci appassiona niente. Come zombie ci aggiriamo all’interno di un mondo in cui dietro il sipario si cela uno spettacolo crudele, monocromatico e transitorio.
La monogamia è noiosa, la passione è fuori moda, la grinta ormai non serve più perché se tanto alla fine il raccomandato è sempre sulla cresta dell’onda perché impegnarsi di più. Lamentarsi invece fa più bohemien, lasciarsi affogare rende più vissuti e poi, perché impegnarsi a mandare a cagare il raccomandato di turno se tanto ce ne sono a centinaia davanti a noi?

© Martina Sanzi

Perseverare nell’ozio sarà sicuramente la via giusta.

E allora ci sediamo a tavolino, scegliamo il taglio di capelli più kich sperando renda invisibile la maschera di inettitudine che indossiamo giorno dopo giorno.

Niente farà in modo che questo mondo si scuota violentemente, impedendo che la società si sbricioli inevitabilmente sotto i nostri occhi. Niente potrà evitare la catastrofe.

A parte NOI.

Martina Sanzi

First Condition

17 Apr

Il primo giorno che ho imparato cosa significasse omologarsi è stato quando ho indossato il grembiule. Mi chiedevo come mai dovessimo distinguerci in maschi e femmine. Ho anche chiesto in giro, ma nessuno mi ha voluto svelare l’arcano.

La prima volta che ho provato dolore è stato quando sono caduta faccia a terra sull’asfalto, scorticandomi il ginocchio. La sofferenza vera era ascoltare le risate dei bambini dietro di me.

La prima volta che ho provato il significato di autoironia è stato due minuti dopo, quando i miei amici hanno teso le loro mani per farmi alzare e io ci ridevo sopra, con le finestrelle al posto degli incisivi completamente aperte.

Il primo giorno di libertà è stato mettermi su un treno con la persona più importante della mia vita, zaino in spalla, della serie quattorcioreditrenoenonsentirle.

© Martina Sanzi

Il primo dissapore è stato riconoscere di non essere superman. E’ stato più o meno quando ho realizzato che il trofeo di Natale mi regalava quell’anno una medaglia di bronzo.

La prima volta che ho provato curiosità è stato quando ho poggiato le mie mani su un pezzo di legno lavorato e levigato, alla quale sono tese delle corde che se le tocchi vibrano. La vibrazione finisce in una buca, ed è tutto inebriante allora.
Credo di essere drogata di prime volte. Oggi ho scoperto che anche le seconde volte sono speciali, perché sono le prime volte della prima volta.
Credo che tutte le nostre esperienze non siano altro che una grande spirale che non si chiude mai, neanche quando smettiamo di esistere.
Quel che vi propongo è il mio brano spiralitico, che mi fa pensare a quant’è bella Parigi d’estate, quanto son belli i concerti d’inverno (lo scontro tra pogo e birra ti fa apprezzare in maniera significativa questi eventi) e a quanto sia bello ridere e piangere per lo stesso motivo.
Robin Allender ‘Here nor There’

Martina Sanzi

Il mio vero ossimoro

20 Mar

Life is very short and there’s no time dicevano gli Scarafaggi quartaseiannifa.

Questa frase riecheggia nella mia mente da giorni. L’unica probabile ragione è che ognuno di noi ha sempre tanta fretta di crescere, di fare esperienze, di provare nuove emozioni come se fosse una cosa che ‘si deve’ alla vita stessa.
!Non voglio filosofeggiare per carità! ma cavolo, qualcuno si è mai chiesto perché quando uscite di mattina incazzati neri con il mondo basta ascoltare un semplice brano per far sorgere sul vostro volto un sorriso?

Vi siete mai soffermati sulle espressioni delle persone che sono attorno a voi durante un concerto?

Li vedete lì, quasi inermi. C’è chi sta fermo, c’è chi si muove sconnesso, chi chiude gli occhi, chi apre le porte ad un mondo immaginario, chi applaude senza motivi apparenti, chi critica in modo spietato. Tutto è connesso ad uno stato di coscienza specifico e tipico dell’uomo. Una cosa sola unisce tutti. Quella serie infinita di suoni e di combinazioni magiche e non matematiche come spesso ci viene insegnato, che all’improvviso si scontrano con l’anima, ma ci toccano nel profondo. Per entrare in contraddizione con ciò che ho appena detto, potremmo parlare di una mistica cabala dove l’espressione semplice e pura di un arte rarefatta, astratta, che può contare solo su un innesto percettivo e motorio, genera in noi più domande che risposte, connesse direttamente al significato della vita stessa.

Spesso una nostra azione può cambiare il corso di una vita intera mentre a volte non abbiamo possibilità di scegliere. Ma questo già lo sapete.

L’importante è continuare ad avere sete di vita, di smetterla di moraleggiare, di fregarsene di ciò che gli altri dicono, di piangere e gridare ogni volta che ne abbiamo bisogno, di mostrarci fragili e sensibili solo se lo siamo, di smetterla di costruirci un personaggio pirandelliano, perché nella maggior parte dei casi l’ipocrisia equivale a commettere un reato contro gli altri ma in primis contro noi stessi. Non dissetatevi mai. Non accontentatevi del drink che vi viene offerto ma create un nuovo cocktail esagerando nel dosaggio. Shakerate e il gioco e fatto. Nevermind il destino. Non importa quanti battiti d’ala compirà domani la farfalla che decide quante ore che vi restano. Sfruttate quelle che avete, non perdendo neanche un istante. Il resto è tutta roba New Age.

Martina Sanzi