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Shields

22 Nov

di Giulia Nardi

Shields mi ricorda la maturità. Quella che arriva giorno dopo giorno. Quella che invece a te ti sembra cadere a picco, sulle spalle, dietro il collo, mentre ti guarda con gli occhi di chi non vuole andarsene più via.
Shields è un disco maturo, sì, complicato, zeppo di influenze, quasi barocco; il disco di qualcuno che cresce e cammina in avanti ma con gli occhi che continuano a sbirciare quello che è rimasto indietro.
Ci sono domande -tante domande- ma anche tante piccole risposte, incastrate in una costruzione che impressiona per come riesce, per come suona, per come si distende.

Il tutto sembra come un lungo flusso di coscienza, un accavallarsi di spunti, di cambi d’umore, di momenti riservati per sé, di problemi irrisolti –quando alla fine ti rendi conto che non c’è altro modo di viverli per bene se non lasciare che rimangano irrisolti.
Shields sta con un piede sul cuore e uno sulla testa: ti piace perché è ben fatto e ti piace perché ti immobilizza là dove sei a srotolare tutto il gomitolo di emozioni che si porta dietro.
“Lately it’s about all I can take
I will move and mend and mold this break

Shell with another crack
I’m small but I can keep track.”

Yet again te lo dice così. Come è normale ferirsi e lasciarsi ferire e come è normale poi guarire.
Alla fine non sono cosi male con qualche cicatrice in più, piccola ma al passo – se lo dice Saggio Shields…

 

 

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Dirty Projectors

9 Ott

di Giulia Nardi

Nei pezzi dei Dirty Projectors io ci sento le oscillazioni della vita. Ricalcate con la dedizione di un amanuense, attorcigliate, decorate, ridotte all’osso.
I picchi di quando senza chiedersi se il tuo cuore reggerà la vita ti porta su come quelle giostre che ti sparano in aria. Le cadute poi di quando all’improvviso ti sbatte a terra, in balia della gravità, col vento a violentarti senza riuscire ad aprire bocca.

La voce, le sue modulazioni, sembrano fatte di materia come la pelle di chi tocchi, di chi ti sta ad un passo. L’intensità, quel dubbio che accompagna anche le cose più belle, le sopracciglia aggrottate di chi vive e vive ma continua sempre a pensarci sù.
E allora ti ci abbandoni a quella voce, a quei suoni, perchè ci credi come a qualcosa di reale, col suo odore e la sua consistenza, semplice come sa esserlo la vita, superficiale, simpatica, sarcastica.
Dentro alla loro musica senza pretese c’è tutto; i battiti – i pugni – le carezze. E allora te stai li, come quando bevi e il divano oscilla anche se sta fermo. Hai il mal di mare ma continui ad ondeggiare ma va bene cosi, perchè come dicono loro
“there is an answer I haven’t found it but I will keep dancing till I do “.

 

 

Bloom

25 Set

di Giulia Nardi

I Beach House sono come una gabbia, o meglio, una palla di vetro, un’enorme bolla di sapone.
Te la porti dietro, tipo airbag e quando senti di averne bisogno inizia Myrth; la bolla si gonfia, ti rinchiude, attutisce i colpi, leviga gli spigoli. Vedi fuori ma non senti le voci.
Da fuori si sente la pioggia, si sente il sole che brucia, si sentono le urla, si sente la dispersione.
Allora fai i conti, inizi a parlare con te stesso, lo trovi invecchiato, ti sembra più grasso. Lo rimproveri bonariamente, lo coccoli senza compatirlo.

I Beach House, con l’accuratezza di una donna di casa, filtrano, setacciano, impastano, rimescolano, fanno anche male a tratti, ti stirano. Ma poi ne esci pulito, come dopo un massaggio, come dopo quei dolori prolungati che alla fine sanno darti il sollievo di mille prove superate. Un tu per tu. Bloom non è un disco, è un’ apnea che dura un’ ora. Poi ti guardi mentre risali dall’acqua, respiri forte e ti trovi più bello. A qualcosa sarà servito allora.
Ora però tutto sta nel riabituarsi alla luce, al vento, ai rumori, agli urti, ai graffi e alle intemperie.

 

 

 

La Rabbia

15 Set

di Giulia Nardi

Mi piace sentire la rabbia. Almeno ogni tanto. Perché sì, di solito preferisco musica bella, voci accomodanti, violini, archi e qualche synth delicato. Ma ci sono momenti in cui guardi fuori e le cose sono dure, nere, ruvide, spigolose. E allora di sentire una voce carina non ne hai per niente voglia. Allora la musica smette di essere un palliativo e diventa la conferma urlante di tutto quello che non va, di quello che poteva andare e invece, di quello che sta in fondo e brucia, scotta, rode.
E’ la confusione, quella in cui non ci sono chitarre ma suoni digitali che stridono e che rotolano fino a un punto di indistinzione, di caos, di fusione.

Laggiù non c’è morale, non c’è sociale, c’è solo decostruzione e sfogo libero, senza canali, senza corsie preferenziali.
Insomma mi sforzo di guardare la gente senza digrignare i denti ma a volte è inutile controllarsi; regaliamo ai passanti il nostro muso distorto. Scordatevi di quella rabbia di moda che ci rende tutti giovani, belli, ribelli e anticonformisti. A volte si è incazzati davvero e allora sti cazzi di dirlo in modo fico, di bestemmiare in modo simpatico, di prendere like su facebook con qualche stato acchiappa-consenso, di farsi consolare poi da quello più carino.
Io, ad esempio, lo dico con i Death Grips.

La pubblicità

20 Lug

di Giulia Nardi

La terribile sensazione contrariata di quando, passando di sfuggita davanti alla televisione accesa, ti capita di sentire un pezzo degli Arcade Fire, di Jònsi o dei Real Estate, ad esempio. Dopo aver ovviamente controllato che il tuo i-pod e il tuo computer fossero spenti e aver scartato la possibilità di una mistica allucinazione sonora, realizzi a fatica che uno dei tuoi pezzi preferiti è appena diventato la colonna sonora di qualche spot pubblicitario. E allora è, per quanto mi riguarda, un processo sempre uguale di lenta presa di coscienza.

Inizialmente sono felice, sì sì, sono felice per loro che guadagnano a palate, felice perché qualcuno ne ha finalmente capito l’inestimabile valore, felice perché mi ritengo fondamentalmente aperta alla democratizzazione della bella musica.

Solo che poi scatta qualcosa, la sensazione che ti stanno sfilando qualcosa dalle tasche, che stanno prendendo il tuo vestito più bello e ci si stanno asciugando i piedi. L’immagine è quella di una ragazza in mollettone e Hogan che ascolta i Sigur Ros durante la pubblicità di “Uomini e Donne” e che esce poi di casa canticchiando allegramente. L’immagine è quella di qualche appassionato di calcio in canottiera che intona un pezzo degli Arcade Fire senza conoscerne le parole, in quell’inglese inventato di cui non so perché gli italiani non riescono a vergognarsi.

“Questa tua fottuta musica alternativa”: basta. “Chi sei te per meritarlo più degli altri”: hai ragione. Ma non si tratta di sterile snobbismo, si tratta di naturalissima gelosia per le proprie cose. Semplicemente come quando presti qualcosa di preziosissimo e temi per la sua incolumità.

“Trattatemeli bene, vi prego”.

Essere islandesi

4 Lug

di Giulia Nardi

C’è una cosa che si chiama Heima, c’è una cosa che si chiama Islanda e c’è una cosa che si chiama Sigur Ròs.

Ci sto io poi che non credo più in Dio da molto tempo. Non riesco proprio a crederci a questo Dio senza voce e senza faccia, che, disperso tra le nuvole, ci incastra con mani invisibili nel suo piano provvidenziale.

Eppure un’idea me la sono fatta, mi sono immaginata il mio dio, e lui, quando parla e si manifesta, lo fa proprio in Islanda, proprio sul palco dei Sigur Ròs, davanti a tanti islandesi in maglioncini con le renne, tra bambini che corrono e uomini che bevono birra. Al tramonto, possibilmente, tra tante teste bionde, colline verdi e scogliere infinite.

Essere islandesi, per me, vuol dire essere un po’ più vicino a dio, a quel dio che dico io, quello che gli piace stare tutti insieme ad ascoltare buona musica. C’è qualcosa di sacro, qualcosa di troppo poco umano in quelle parole senza senso (si, è islandese lo so, ma per me rimane una lingua incomprensibile frutto di un’estasi mistica, come il serpentese per Harry Potter, per capirci, un po’ come gli antichi poeti greci che parlavano solo sotto-effetto-di-muse).

Insomma, io ci vedo di più che bella musica di moda. E si si, la musica mi fa perdere completamente la razionalità, si, le mie valutazioni sono sempre troppo entusiastiche, si, ho la lacrima facile, ma i Sigur Ròs,

i Sigur Ròs.

Shelter

18 Giu

di Giulia Nardi

Lei si è appena girata e sta per andarsene. I capelli le hanno sbattuto sul viso con forza, come un macigno, come uno schiaffo. Tutti i movimenti sembrano congelati, impediti, violenti. Il primo passo, poi il secondo, poi il terzo. Lui la guarda. La confusione aleggia nell’aria della stanza e la strozza, la stanca. Le parole nella testa si incastrano come nei rebus, ma non c’è soluzione, solo la tipica rassegnazione di chi dice troppo spesso “non sono portato per queste cose”.

La sensazione di quando vorresti toccare ma non puoi, di quando il cuore ti preme sotto la gola ma non puoi sputarlo, di quando le incomprensioni costruiscono imperi e te ti fermi a guardare i lavori in corso. Facciamo finta che non ci interessa, proviamo a diventare invisibili. “Ti prego insegnami gentilmente come respirare”– questo vorrei poterti dire- fammi sentire cosa significa calpestare i luoghi comuni, le convenzioni, le costrizioni, vivere al di là del bene e del male, inspirare davvero, senza impedimenti né difese.

Paralizzato, in piedi come un soldatino di legno, dritto, senza fiatare. Fuori il gelo, dentro il magma; uno sbalzo di temperatura continuo mi impedisce di ragionare, mi brucia la lucidità. E intanto tu esci dalla stanza, chissà se in fondo sei calda anche te, chissà se questo freddo ti ha contagiato, chissà se ti ricordi ancora. Aspetto intanto.
Un giorno anche noi riusciremo a capirci con uno sguardo, e allora forse non avrò più bisogno di chiedere scusa.