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Lawrence

6 Nov

di Edoardo Biscossi

Lawrence è un ragazzo della provincia inglese, che alla fine degli anni 70 è ossessionato da Tom Verlaine, dall’art rock più poetico, dal mito del pop e dell’estetica. Metterà su i Felt, coi quali inciderà 10 album in 10 anni e illuminerà le menti di tutto l’indie pop inglese, degli Smiths e dei Cure, dei quali non condividerà la fortuna e il successo, lavorerà coi Cocteau Twins e con la Creation ed ispirerà Primal Scream e Saint Etienne.

Quando tutto ciò di cui è stato precursore starà consumando la parabola di successo, quella che lui ha perso quando, al suo concerto della svolta, si presenta strafatto e manda tutti a casa dopo 3 pezzi, allora metterà su i Denim, lancerà merda sugli anni 80 e ancora una volta formerà un nuovo archetipo per la cool britannia glam dei Blur e di Jarvis Cocker, ma a cavallo del millennio sarà già pronto col novelty rock dei Go-Kart Mozart e il pop giocattoloso con testi affilati che risenti in Ariel Pink, come risenti tutto il resto in mille altri, fino ad oggi, che in una chiacchierata con i Girls dice di non aver mai fatto più di 4 date in fila e quelli, tra tour europei e mondiali, lo ossequiano come si fa con l’idolo di una vita.

Oggi si fa un film su di lui, elitista fallito, paranoico, incapace di non prendersi sul serio, irriducibilmente conservatore con una contraddittorietà consentita solo a certi miti inglesi, astuto e ironico, romantico, tragico e paradossale, precursore e outsider, sempre.

“I was a pauper, i was second class | I was a moment that quickly passed.” Lo vuole scritto sulla tomba, dice.

 

 

Lonerism

16 Ott

di Edoardo Biscossi

C’è un disco che quest’anno volevano tutti, che si è fatto aspettare da tutti anche se il disco scorso non era stato il tormentone dell’anno, a tutti piacevano i National, non il revival psych. I nostri Tame Impala, chiedevano se si potesse abbandonare il revival pigrone Captured Tracks e, non so, imparare a suonare la chitarra per davvero, attaccarci un flanger e volare, volare tanto. Guardando indietro agli ultimi due anni, i nostri giovanotti australiani non sono stati troppo ascoltati fino alla fine dello scorso anno, quando un mare di chitarristi sono andati (e per questo rendiamo grazie, signore) spaventosamente in fissa con Tony Iommi, come successe al giovane Mascis quando ascoltava solo Minor Threat e suonava la batteria. Dio quanto bisogno aveva il mondo di Tony Iommi.

Eh si però mescolare quella fissa che i nostri ragazzoni hanno per i Beatles di Revolver (se uno ci fa molta attenzione, alla fine si nota) con un’ancora più rigido feticcio Black Sabbath, come in Elephant, nascondeva un rischio. Pezzone, per carità, ma ricordo distintamente che mentre tutti, ma proprio tutti, postavano Elephant come non ci fosse un domani, mi sono ritrovato ad ascoltarla dalla bacheca di La Repubblica XL ed ho pensato “Cristo! i Kasabian.” e mente prefiguravo un disco pieno di inconsapevoli Shoot The Runner, mi rintanai in un angolo a piangere la prematura stomacatura dal revival ‘70/’90. Per fortuna, come in tutte le migliori commedie americane con Ben Stiller o Andy Stitzer e le loro inadeguate virilità, tutto finisce inspiegabilmente per il meglio e c’è sempre una lezione da imparare per tutti (“vedi, può essere un bel disco anche se lo spinge La Repubblica”). Io, quando ho cliccato play su NPR, ho sentito partire un looppone di voce e percussioni, ho ascoltato un disco avventuroso, audace, space, con tutte le psych-jam di tutti gli anni che vuoi e tanto altro di nuovo, un disco in cui c’è, si, anche Elephant, che è un pezzo di cristo.

 

 

Half man half hating

10 Set

di Edoardo Biscossi

Diamo per assunto che una volta che un contenuto è condiviso da Repubblica.it, equivalga, in termini web, ad un reperto archeologico, dunque cosa fare di fronte a chi crede che “Dads are the original hipsters” sia ancora in ciclo virale? Cosa di fronte a chi, sull’impulso che travolge da tempo la nazione di fare umorismo sugli hipsters a tutti i costi, pretende di raffigurarne uno abbinando grossolanamente una kefiah ad occhiali con montatura grossa?

Purtroppo la democraticità dell’accesso ai contenuti online non permette di interdirne la fruizione a chi non ha i mezzi per comprenderli e il liberale che è in me dice che questa è cosa buona e giusta, ma scempio è stato fatto dell’umorismo sugli hipster, c’è chi ha condiviso Adolf Hipster quest’anno credendo di “stare sul pezzo” e c’è chi, sempre in pieno 2012, ha creduto di trovarsi di fronte a del materiale promozionale con un qualche potenziale in termini di hipness guardando un’immagine con un triangolo o una foto in stile instagram e, diavolo, c’é chi utilizza la stessa parola hipster come un aggettivo. Molte altre cose orrende sono accadute dopo che il vocabolo è stato dato in pasto ad una moltitudine che fino ad allora si era semplicemente limitata al confuso abuso di termini come “finto intellettuale” o che so io.

Non é la prima strage del web, è successo molto tempo fa con la cultura nerd (per molti oggi vero e proprio sinonimo di “cool” o “simpatico” ignorandone le connotazioni più inquietanti e agorafobiche), è successo con la traduzione in italiano dei memes (la cui liberalizzazione è stata una tragedia virtualmente paragonabile all’olocausto), è ciò che è accaduto nella cultura di massa con lo stupro collettivo del significato del termine radical chic.

La battaglia è ciclicamente persa, oltre perché non è una battaglia che sia possibile combattere con armi di alcun tipo, ma molto può esser fatto e questo “molto” è ciò che si è fatto autentico motore delle vite di molte persone, questo molto è l’hating: date addosso a chi fa della comunicazione online vergognosamente middlebrow, lanciate insulti, fatevi dare degli invidiosi e dei frustrati, fatevi dire che non capite e che siete polemici e pretestuosi. Fatelo per tutto ciò che è bello, fatelo per chi scrive un pezzo sulla mercificazione e conseguente elevazione a feticcio di un brand/artista, fatelo per chi è mezzo uomo e mezzo biscotto.

Ty Segall

24 Lug

di Edoardo Biscossi

Se c’è un tipo di band della quale non vorrei mai ma mai far parte, sono le band associate all’estate. Del tipo “heeeyy è estate ed è tempo per il nuovo disco/singolo/Ep degli stocazzo” ecco no, è proprio una cosa che non vorrei, lo troverei avvilente. Da morire.

Una band della quale vorrei decisamente far parte, anche suonando il triangolo, è la Ty Segall Band.


Ty Segall è il giovane musicista più figo del globo in questo momento, ha fatto parte di una serie di gruppi strafighi, ha sempre fatto roba figa, ultimi un disco della madonna l’anno scorso e uno split a inizio anno e, giusto perché è bravo, sì, ma poco prolifico, aveva annunciato un disco Black Sabbath e quello che ci ha dato è molto di più.
SlaughterHouse è un disco con un messaggio: basta musica di merda, davvero, basta. É il primo disco di Ty Segall a ricevere la celebrazione che merita e (sì, Pitchfork, sto parlando di Pitchfork) l’accoglienza da disco della stagione e il paragone con Fun House gli danno peso, esposizione ed influenza sufficiente per prendere la chitarra e conficcarla per il manico nel petto di quel ritardato dei Twin Shadow e pitturare la sala prove con le interiora del giovanotto.
Ora, quest’estate a Roma, c’è venuta la California, gli Oh Sees, i Wooden Shjips e c’ho Ty segnato già da tempo in rosso sul calendario, non facciamo che siamo in troppi mi raccomando.

Interpol

18 Lug

di Edoardo Biscossi

Tempo fa ho cominciato un riascolto di tanta musica che ascoltavo a 16 anni. Ce ne era tanta che ho finto di non ricordare di aver ascoltato, qualcosa l’ho liquidato con “no, ma era prima” (e non era vero, non era prima), di una manciata di cose mi sono vergognato, per qualcuna di queste mi sono compatito, per altre mi sono divertito, per altre mi sono complimentato, dato una pacca sulla spalla e offerto un caffè al bar, che senno mi offendevo.

Una cosa che ascoltavo a 16 anni erano gli Interpol, non ero pazzo per Paul Banks, i Joy Division me li aveva fatti conoscere papà e negli Interpol non ce li sentivo neanche troppo, a volte li ascoltavo quando non ero abbastanza gasato per gli Strokes o i Libertines e dopo il secondo disco non ho mai smesso di considerarli un gruppo di merda, da un certo punto in poi non sono piaciuti neanche a chi non capiva un cazzo. Riconosco che a chi non li ascoltava anni fa non riesci a farglieli piacere, non riesci a spiegargli la distanza da te agli Interpol.

Ricordo però che quando ho preso la macchina (ed era una punto risalente a prima della ricalibratura del brand FIAT) dovetti cimentarmi nell’arte di farmi le cassette e in quella che ascoltai per un paio di mesi tutte le mattine c’erano Stella Was A Diver ed Evil, non so perché ste due, non so il perché di altri pezzi che erano in quella cassetta e a chiedermelo sono pure un po’ coglione perché, malgrado passati remoti narrativi, non è passato poi tanto tempo. Il fatto è che un po’ di tempo invece è passato da quel mai sufficientemente tributato algido manuale di intimismo che è Turn On The Bright Lights, l’ultimo e per certi versi il primo album figo di NewYork, 10 anni, che io neanche lo ricordo come si ascoltava musica 10 anni fa, ma mi ricordo Obstacle 1, mi ricordo NYC, mi ricordo gli intrecci di chitarre, le linee di basso, la batteria all’osso, la voce baritonale e i duecento divani su cui puoi dormire stanotte.

Beastie Boy

8 Mag

E’ venerdì 4 maggio, ho appena appreso che oggi è morto MCA, Adam Yauch, dei Beastie Boys. Faccio la cosa di prendere e condividere online un pezzo, del resto rendere virale il R.I.P. è come andare al funerale virtuale con l’ombrello nero, virtuale pure quello. Un commento di 10 minuti prima, sotto al video su YouTube, legge “He’s not gone, MCA’s in the back because he’s skeezin’ with a whore”.

Quest’anno sono venti da Check Your Head, il mio disco preferito del trio, quello che probabilmente più ne definisce lo stile, ammesso che sia definibile lo stile dei Beastie Boys, che da un certo punto hanno contribuito ad elevare l’hip hop ad ondata artistica globale con alcune delle cose più creative mai registrate, che hanno lasciato un’influenza ed una legacy tra le più pesanti in tutta la musica e cultura pop, influenzando tanto Beck quanto i RATM, tra altri mille. Intrattenitori e produttori inarrivabili (e chi ha ascoltato Licenced to Ill, Paul’s Butique, Check Your Head, Ill Communication capisce che non è una di quelle cose che si dice quando ne muore uno), artisti colti e maturi, che, testimone il disco dell’anno scorso, invecchiano molto più che bene. E questo di sicuro era Yauch, tra le altre cose attivista, ma anche bassista e soprattutto videomaker della band, e non lo devo certo stare a dire io, ma MCA, la più bestia tra i Beastie Boys, a me piace ricordarmelo white trash, puttaniere, imbottito di birra, sboccato, che entra sulla strofa con tutto ciò che può significare “hardcore” e che così, al primo disco, porta il rap a fenomeno di massa tra i ragazzini e ridefinisce l’estetica “cool” per una generazione e per il decennio a venire.

Sicuro, ad una roba del genere scritta per lui avrebbe preferito una sbronza in suo onore.

Born and bred Brooklyn, U.S.A. | They call me Adam Yauch, but I’m M.C.A.

Like a lemon to a lime, a lime to a lemon | I sip the def ale with all the fly women.

Edoardo Biscossi

Padre Murphy

2 Apr

Allora facciamo così, la musica non l’ascolto più, non mi frega niente, mi rintano nel disagio, non mi si consigli niente, non m’ascolto niente, mi fa tutto cagare, ascolto solo dischi che mi grattugiano l’anima, ascolto solo Liars e Health, i Big Black la domenica.
Ascolto solo i Father Murphy.

Dischi belli abrasivi, solo litanie senza uncini, che ti parlano nel punto più profondo proprio quando sei chiuso, proprio quando sei solo, dischi da amare in silenzio e da mandare giù come un mantra, davanti ai quali stare a mani giunte e occhi chiusi, da prenderti mezz’ora fuori dal mondo, che poi, dopo, la voglia di ascoltare musica magari torna.
Io e i Father Murphy non ci becchiamo con le date dei live in nessuna parte del mondo civilizzato e quindi piango, e quindi ascolto i Father Murphy e quindi vomito caratteri sui Father Murphy e li riascolto ed ecco che entro in fissa…here we are now. Ascoltiamo un disco figo una volta tanto. Quanto siete belli.

Edoardo Biscossi