Archivio | Arianna Grilli’s RSS feed for this section

Thom Yorke (e l’amore)

21 Set

di Arianna Grilli

Mea cupa.
Dell’amore raramente ho capito qualcosa. Gli occhi non sono quasi mai stati libri da leggere, i gesti delle persone erano punti sconnessi per me, il loro passato era qualcosa di lontano, almeno quanto lontana è l’Africa e i suoi guai.
Mea culpa.
Tutte le persone che ho avuto accanto sono state spesso trattate come esseri a sé stanti, forti abbastanza per potersi muovere nei loro e nei miei casini: “Sbrigatela da solo, sei o no un uomo? E allora vai, senza paure, senza debolezze. Devi darmi la forza di non tradirti, di non odiarti,di non annoiarmi, di non aver paura di me e di te. E la tua forza trovatela da solo.”
Mea culpa.
Non ce l’ho fatta, vi ho lasciati per strada. Vi ho traditi, vi ho insultati, vi ho dimenticati. 
Vi ho derisi, vi ho illusi, non vi ho ascoltati. 
Ma non ho rimpianti, mi avete aiutata. Sono QUI grazie a voi, alle porte chiuse in faccia che mi sono costruita, alle volte in cui mi avete lasciata.
E infine, mea culpa perché non ho mai capito la dolcezza struggente dei testi dei Radiohead, l’importanza dei loro dischi prodotti dopo il 1997.
“Dopo Ok Computer sono morti!” dicevo.
Come con l’amore, non c’avevo capito un cazzo di Thom Yorke.
Quel che canta, e come lo fa, ti fa capire quanto poco spazio ci sia tra Parola e Concetto.
L’amore ti tiene stretto anche quando non ricambi l’abbraccio, ti ascolta quando taci e capisce che ogni sorriso è diverso dall’altro. L’amore ti sceglie ogni giorno accettando la tua testa dura, il tuo stupido orgoglio, i tuoi facili entusiasmi (e altrettanto facili scazzi), imparando semplicemente a non esserne soggiogato ma a guardarli e riconoscerli, per riportarti alla lucidità con le tue stesse idee.
Potrà mancargli la pazienza, a volte, ma sarà sempre lì. 
E, per quante idee diverse dei Radiohead io possa aver avuto in 27 anni, come per l’amore, non ne avevo mai avuta una veramente mia.

 

Annunci

L’estremità delle cuffie

10 Lug

di Arianna Grilli

Mi hai stancato, cuore. Ci sei o no? Batti un colpo, uno solo, e capirò.
A volte ti sento, altre volte no. A volte addirittura dai fastidio e altre t’invoco: “puoi sentirmi?”.
La vita mi ha portata dappertutto: in case estranee, in viaggi azzardati, in occhi che non riconosco più. La vita mi ha trascinata dappertutto. E adesso, della vita che ho vissuto, non ho nulla se non ricordi sbiaditi, case costruite a metà e lasciate decadere al passare del tempo.
Poi una sera di un giorno qualunque, quando non credevo nemmeno a te, caro il mio cuore, stavo seduta sui fatti miei contando i chilometri che separavano la sedia dalla mia vita e un fischio di treno, uno schiocco di dita e un sorriso mi hanno fermata per un braccio e mi hanno detto “resta qui”.
Sono stata lì ad osservare, non ho fatto una mossa. 
Guardavo gli altri andare avanti, correre alle giostre e salire sugli scivoli masticando Big Babol e scambiandosi le figurine mentre io stavo ferma in disparte. Avevo paura che mi si sporcasse il vestito, di cadere dalle giostre e sbucciarmi le ginocchia.
Ho guardato le ferite degli ultimi giochi sbagliati ed erano ancora lì, mi guardavano implorandomi di non farmi male di nuovo. Come quando sei al mare e non ti fidi di arrivare dove i tuoi piedi avvertono il vuoto.

Sei un oceano per me, cuore. Vasto come un’ anima e rattoppato come il costume di Arlecchino.
Ti ho lanciato nella fontana di Trevi, come una monetina, e ti ho urlato “nuota fino a me”. Hai mai avuto paura? Non credo. Eppure ti sei sentito abbandonato. Hai sentito i minuti correre veloci quanto veloci corrono i secoli, sei un cane meticcio che ha assaggiato le botte, la fame e la notte fredda e continua a volersi fidare degli esseri umani: ti avvicini, annusi, scodinzoli timido.
Poi una mano si alza per una carezza e tu indietreggi, rimescoli le carte in tavola e ti chiedi “Sarà una carezza o un cazzotto?”.
Ti aspetti il cazzotto che ti faccia cadere i denti e ti stenda per l’ennesimo giro di boa, anche dietro ad una carezza che sembra cantare: “Mi capisci? Ho bisogno che ti fidi”.
Allora annuso le mani che si avvicinano al mio viso e provo a lasciarmi andare, non siamo tanto diversi.
Siamo solo uno di fronte all’altro, alle estremità delle cuffie.

Alle scuole medie

7 Giu

di Arianna Grilli

Alle scuole medie c’arrivi in un settembre qualunque, a 11 anni. Tutto, in quel settembre, sembra remarti contro: hai un anno di più che ti avvicina tragicamente allo sviluppo, inizi a sentire (orrore!) le scuole superiori più vicine e le elementari dannatamente lontane.

Alle scuole medie ci sono arrivata dopo un’estate di risate e bicicletta nel solito paese di montagna dove sono cresciuta. Era un giorno piovoso e c’hanno fatto aspettare nel cortile, tra l’edificio e la palestra, per l’assegnazione delle classi.
Avevo un paio di occhiali spessi e dalla montatura colorata, vestivo come un maschio, non avevo nessuna nozione su trucco, parrucco o moda. Erano gli anni ’90, il focoso 1996.
Mi fu assegnata la sezione C, piena di ragazze che tutte quelle nozioni che io ignoravo nel profondo le aveva acquisite da tempo.
Avevano fidanzatini, vestivano Onix o Phard, sapevano già come truccarsi. E, cosa ancor più importante, erano già largamente stronze. Potevo vincere contro di loro? Nemmeno m’importava: sedevo in prima fila, insieme ai secchioni, e disegnavo fumetti con la mia compagna di banco, riccioluta e brillante. Eravamo mente e braccio, due outsiders.
Non giocavo a pallavolo, ogni volta che mi si chiamava in campo m’impegnavo così poco che mi rispedivano in panchina, ma non ne soffrivo. Non avevo interesse per i ragazzi a meno che non fossero sfigati come me, tra nerd ci si capisce in modo particolare. Non avevo ancora dato il primo bacio, quant’ero indietro! Ero quel che si suol definire una sfigata.
Fino al giorno in cui iniziai a parlare una lingua diversa: la lingua della chiave di basso. In seconda media iniziai a boicottare le lezioni di flauto dimenticando sistematicamente lo strumento a casa. Portavo a spasso per la città, da casa mia al garage, un basso elettrico prestato e un amplificatore che, giorno dopo giorno, mi regalava svariati calli. E in classe se ne faceva un gran vociare: avevo abbandonato gli occhiali delle lenti a contatto, tagliato i capelli, iniziato a vestire secondo la moda e parlavo di musica per tanto tempo, per tutto il tempo. Ero un alieno e mi piaceva. Fanculo i ragazzi, i baci e le sopracciglia doppie: avevo il mio modo e ci stavo da dio.

The Rise and Fall of Arianna from Mars

28 Apr

E’ piovuto per giorni, hai ragione, ma tu ci hai provato gusto a restare in casa in pigiama a mangiare cibo spazzatura.
Bene Arianna, direi che stai passando un momento di blanda depressione (che novità! ci sei nata col male di vivere). Sulla faccia hai un’espressione di disgusto, accendi mille sigarette (non ti pare di fumare troppo?) e sembri una vecchia ciminiera che ciarla sull’inesistenza dell’Amore manco fosse un testimone di Geova pronto all’attacco (vorrei ricordarti che non è che se non lo provi tu, non esiste).

“Non è ancora il tempo dei limoni”, cara Arianna. Lo cantava Tenco, dovresti saperlo. 
Rilassati invece di agitarti con tutte le tue forze per combattere quel che hai intorno, mentre nella tua testa urli “Despite all my rage I am still like a rat in a cage” à la Corgan.
Perché non provi a smetterla di cercare d’avere tutto sotto controllo? Tanto lo so che sei tu quella che vorresti riempire di pugni, non le persone che ti stanno intorno. 
Tu hai bisogno di qualcosa che ti butti giù, mattone per mattone, e ti ricostruisca da capo. Giorno per giorno. E credo sia proprio quella cosa della quale neghi l’esistenza con tutte le tue forze: l’amore.


Nel frattempo, sarò buona, ti do una cura: The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars per intero, a tutto volume, prima e dopo i pasti. Cantato a squarciagola, che forse è meglio (anche se, fattelo dire, sei stonata come una campana). Come quando hai preso la prima sbronza della tua vita. Non riuscivi a vomitare, la stanza girava, sudavi freddo. Per fortuna avevi il lettore cd già pronto sotto al cuscino e hai premuto play. E’ partita Five Years e ti sei rilassata, la stanza non girava più. C’eravate solo tu e Bowie, col sorriso sulle labbra.

Sincemente,
 la tua coscienza.

Arianna Grilli

Drogata per caso

21 Mar

E’ dura, a quasi 27 anni suonati, ammettere di essere drogati.
Drogati di ogni cosa che che ci colpisce, che ci prende per mano, ci afferra per un attimo lo stomaco e stringe forte, fortissimo, facendoci sentire l’acquolina in bocca e le campane in testa.
A 26 anni e mezzo ho scoperto di essere drogata dell’innamoramento, della bellezza, delle risate, delle giornate di sole che se fuori c’è la pioggia non mi va di fare nulla, di concerti che la musica ti arriva prima alla pancia e poi alle orecchie. 
In questi giorni in cui il letargo invernale si scrolla di dosso gli ultimi echi di freddo ho scoperto di essere drogata di Colapesce.
E’ iniziato tutto in sordina, come la maggior parte dei fuochi che si accendono nella mia mente.
Un mese fa ho ascoltato il disco in streaming integrale su un sito di musica e ho salvato il sito tra i preferiti, dicendo tra me e me: “Sì, mi piace. Sa di estate, sa d’amore che si rotola nelle lenzuola calde di agosto, sa dei baci che non vedo l’ora di dare e dei baci che ho già dato”. 
Poi, piano piano, sono in cucina e ne canticchio una canzone, aspettando di tornare in camera, mettere le cuffie e premere play, trepidante e nervosa come se fossi nel pieno di una crisi d’astinenza. 
E quando finalmente parte in cuffia, si realizza la magia: arriva il ritornello e io resto lì immobile, a bocca aperta e occhi socchiusi, languida come dopo un orgasmo. 
Ma quello che mi ha fatto davvero riflettere sulla mia ingnobile condizione di drogata senza speranza, è stato un episodio che risale alla settimana scorsa.

Per giorni interi mi sono nutrita quasi esclusivamente di cereali al cioccolato, al punto di consumarne una confezione dopo l’altra. E quando Valeria, la mia compagna di stanza, dopo giorni di attenta e silenziosa analisi del mio miserabile stato d’impazienza tra la fine di una confezione e l’apertura di una nuova, mi ha detto “tu hai un problema con quei cereali, sei drogata”, ho realizzato di aver bisogno di aiuto.

Ciao, sono Arianna, ho 26 anni e mezzo, e mi drogo di tutto quello che mi provoca piacere.

Arianna Grilli

Cinemascope

10 Mar

“Mi scusi, signora, non avevo intenzione di toccarle il culo, ma l’autobus é tanto pieno che non ci si sta se non ci si stringe.. ah, le è piaciuto? Potremmo stringerci in camera mia, in un letto di paglia e, sulle nostre teste, un ventilatore anni ’60 che i miei nonni hanno acquistato a rate, potrebbe farci da colonna sonora. 
Poi le cucinerei del pesce alla griglia steso su un letto di cous-cous. Quando facciamo l’amore, mi chiede? Beh, difficile dirlo. Lei quando vorrebbe? Sarebbe delizioso al tramonto, dopo una giornata a consumare le suole delle scarpe sulle strade di questa città. Saremmo stanchi ma felici. Oppure potremmo farlo nel pomeriggio: dopo il lavoro potrei uscire dall’ufficio e trovarla ad aspettarmi al primo angolo che collega la mia tristezza al paradiso. E lei non indosserebbe che occhiali da sole e un sorriso, uno di quelli che ti stendono come un pugno in piena faccia. Quei sorrisi che ti fanno pensare: ‘ecco, la vita può farmi tutto, adesso: sono invincibile’, quei sorrisi che ti fanno sorridere con tutto il corpo, di rimando, che renderebbero bellissimo anche ricevere centinaia di coltellate. Allora abbandonerei tutti i pensieri negativi e forse arrossirei. Sa’, sono un tipo sensibile. Probabilmente balbetterei e sarei impacciato, magari avrei voglia di baciarle le labbra e invece abbasserei lo sguardo mettendo le mani in tasca. Mi bacerebbe lei, dice? Se lo desidero ora? Ha voglia di scherzare! E’ la prima cosa che ho pensato quando l’ho vista lì, seduta, a leggere un libro. E visto che siamo in vena di confidenze, sa una cosa? Mi pareva stupenda l’idea di portarla fuori per un caffè. Lei prenderebbe un cappuccino e io le pulirei la schiuma dal naso mentre lei sorride, anzi ride di gusto adesso. Chissà com’era bella da bambina.. ha visto, è semplice. Ah, scende? Addio, allora.”

Quant’è bello immaginare.

Arianna Grilli

Per Noia

25 Feb

C’è un tavolo pieno di gente che chiacchiera di tante cose.
Per noia accendo una sigaretta e mi guardo attorno: salotto ben arredato, luci calde, live dei Doors nel lettore dvd.
Per noia alzo il bicchiere e bevo il Cabernet rosso che lo riempie. Il vino inizia a darmi un po’ alla testa e mi sento più felice, estroversa. Rido con l’ospite che mi sta di fronte. Sono socievole, evviva!

Posso fare tutto, sono a mio agio, ma la noia mi assale presto e riprendo a guardarmi intorno.
Poi incontro il suo sguardo. Ha un viso magro e allungato, un ciuffo di nerissimi capelli nel quale infila le dita a cadenza regolare. Gli occhi azzurri e tristi, la pelle bianca e le lentiggini. Ricambio un sorriso e lui attacca a parlare. Faccio domande, mi fingo interessata.
“Ho dei libri di là, se vuoi te li faccio vedere”. 
Sediamo a terra,ora. Parliamo di Baricco e di Thoreau mentre spulcio tra i suoi vinili.
Bevo dal suo bicchiere, lo stordisco di domande e ascolto tutte le sue risposte. Oh sì, sembro interessatissima. Sembro interessatissima anche adesso che il suo viso si avvicina al mio. Vicino. Vicino. Sempre più vicino.

Arianna, dai, non scoppiare a ridere ora. Che faccio, resto ferma o vado all’indietro? Oddio mi scappa da ridere! D’un tratto, per uno strano scherzo dell’alcol, sento una voce che sussurra: chiudi gli occhi.
Arianna. Va bene, occhi chiusi. Sono presissima. Inspiegabilmente, però, il mio pensiero va dritto dritto ad una foto in cui ci sei TU, sì sì, proprio tu, appoggiato ad un muretto. E d’improvviso la foto si anima e da quel muretto ti stacchi, vieni verso di me guardandomi fisso e togliendoti i vestiti: prima la felpa, poi la t-shirt, poi le scarpe, poi i pantaloni, poi.. poi una buca nell’asfalto presa in pieno mi fa riaprire gli occhi, di colpo.
Sono in macchina, sulla strada di casa.

Arianna Grilli