Shields

22 Nov

di Giulia Nardi

Shields mi ricorda la maturità. Quella che arriva giorno dopo giorno. Quella che invece a te ti sembra cadere a picco, sulle spalle, dietro il collo, mentre ti guarda con gli occhi di chi non vuole andarsene più via.
Shields è un disco maturo, sì, complicato, zeppo di influenze, quasi barocco; il disco di qualcuno che cresce e cammina in avanti ma con gli occhi che continuano a sbirciare quello che è rimasto indietro.
Ci sono domande -tante domande- ma anche tante piccole risposte, incastrate in una costruzione che impressiona per come riesce, per come suona, per come si distende.

Il tutto sembra come un lungo flusso di coscienza, un accavallarsi di spunti, di cambi d’umore, di momenti riservati per sé, di problemi irrisolti –quando alla fine ti rendi conto che non c’è altro modo di viverli per bene se non lasciare che rimangano irrisolti.
Shields sta con un piede sul cuore e uno sulla testa: ti piace perché è ben fatto e ti piace perché ti immobilizza là dove sei a srotolare tutto il gomitolo di emozioni che si porta dietro.
“Lately it’s about all I can take
I will move and mend and mold this break

Shell with another crack
I’m small but I can keep track.”

Yet again te lo dice così. Come è normale ferirsi e lasciarsi ferire e come è normale poi guarire.
Alla fine non sono cosi male con qualche cicatrice in più, piccola ma al passo – se lo dice Saggio Shields…

 

 

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