Metronomy

12 Ott

di S.S.Parisi

“Se devi iniziare adesso, parti dalla fine. Ti spiego. Prendi la musica, ad esempio. Se ascolti musica, non puoi più ascoltarla e basta. Voglio dire. Non basta che nasci e ti metti ad ascoltare quello che ti pare. Come fai ad ascoltare un disco per poi dire «è nettamente superato da tutta la new-wave post-malcomiana o post-malcomixiana»? Non puoi. Per farlo devi come minimo aver ascoltato parte della new-wave post-malcomiana o post-malcomixiana. Ma non puoi. Perché tanto era già superata – bello mio – dal post-punk joy-divisionale o dal punk joy-post-divisionale. Mi spiego?”. Strabuzzo gli occhi, mi guardo un po’ in giro. “Se devi iniziare adesso, da quanto ho capito, tanto vale che parti dalla fine. Per definizione, la fine ha in sé prodromi e postumi di tutta la musica esistente e di tutta quella a venire. D’Alessio, per dire. Prendi l’ultimo D’Alessio. «Sono solo fatti miei». L’intro di chitarra che sgambetta continuamente il miglior Roger Daltrey, le note del piano che, ad una ad una, si fanno gioco del più brillante Keith Jarrett, la batteria che scalza continuamente il più bel tocco nelle mani di Jack DeJohnette. Ed il testo. «Milano è così grande.. eppure tu sei qui davanti a me». Tutta elucubrazione meta panelliana portata all’estremo confine del verso. Che dire? Se devi iniziare adesso, senti a me, parti dalla fine.”

 

 

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