L’estremità delle cuffie

10 Lug

di Arianna Grilli

Mi hai stancato, cuore. Ci sei o no? Batti un colpo, uno solo, e capirò.
A volte ti sento, altre volte no. A volte addirittura dai fastidio e altre t’invoco: “puoi sentirmi?”.
La vita mi ha portata dappertutto: in case estranee, in viaggi azzardati, in occhi che non riconosco più. La vita mi ha trascinata dappertutto. E adesso, della vita che ho vissuto, non ho nulla se non ricordi sbiaditi, case costruite a metà e lasciate decadere al passare del tempo.
Poi una sera di un giorno qualunque, quando non credevo nemmeno a te, caro il mio cuore, stavo seduta sui fatti miei contando i chilometri che separavano la sedia dalla mia vita e un fischio di treno, uno schiocco di dita e un sorriso mi hanno fermata per un braccio e mi hanno detto “resta qui”.
Sono stata lì ad osservare, non ho fatto una mossa. 
Guardavo gli altri andare avanti, correre alle giostre e salire sugli scivoli masticando Big Babol e scambiandosi le figurine mentre io stavo ferma in disparte. Avevo paura che mi si sporcasse il vestito, di cadere dalle giostre e sbucciarmi le ginocchia.
Ho guardato le ferite degli ultimi giochi sbagliati ed erano ancora lì, mi guardavano implorandomi di non farmi male di nuovo. Come quando sei al mare e non ti fidi di arrivare dove i tuoi piedi avvertono il vuoto.

Sei un oceano per me, cuore. Vasto come un’ anima e rattoppato come il costume di Arlecchino.
Ti ho lanciato nella fontana di Trevi, come una monetina, e ti ho urlato “nuota fino a me”. Hai mai avuto paura? Non credo. Eppure ti sei sentito abbandonato. Hai sentito i minuti correre veloci quanto veloci corrono i secoli, sei un cane meticcio che ha assaggiato le botte, la fame e la notte fredda e continua a volersi fidare degli esseri umani: ti avvicini, annusi, scodinzoli timido.
Poi una mano si alza per una carezza e tu indietreggi, rimescoli le carte in tavola e ti chiedi “Sarà una carezza o un cazzotto?”.
Ti aspetti il cazzotto che ti faccia cadere i denti e ti stenda per l’ennesimo giro di boa, anche dietro ad una carezza che sembra cantare: “Mi capisci? Ho bisogno che ti fidi”.
Allora annuso le mani che si avvicinano al mio viso e provo a lasciarmi andare, non siamo tanto diversi.
Siamo solo uno di fronte all’altro, alle estremità delle cuffie.

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