Essere islandesi

4 Lug

di Giulia Nardi

C’è una cosa che si chiama Heima, c’è una cosa che si chiama Islanda e c’è una cosa che si chiama Sigur Ròs.

Ci sto io poi che non credo più in Dio da molto tempo. Non riesco proprio a crederci a questo Dio senza voce e senza faccia, che, disperso tra le nuvole, ci incastra con mani invisibili nel suo piano provvidenziale.

Eppure un’idea me la sono fatta, mi sono immaginata il mio dio, e lui, quando parla e si manifesta, lo fa proprio in Islanda, proprio sul palco dei Sigur Ròs, davanti a tanti islandesi in maglioncini con le renne, tra bambini che corrono e uomini che bevono birra. Al tramonto, possibilmente, tra tante teste bionde, colline verdi e scogliere infinite.

Essere islandesi, per me, vuol dire essere un po’ più vicino a dio, a quel dio che dico io, quello che gli piace stare tutti insieme ad ascoltare buona musica. C’è qualcosa di sacro, qualcosa di troppo poco umano in quelle parole senza senso (si, è islandese lo so, ma per me rimane una lingua incomprensibile frutto di un’estasi mistica, come il serpentese per Harry Potter, per capirci, un po’ come gli antichi poeti greci che parlavano solo sotto-effetto-di-muse).

Insomma, io ci vedo di più che bella musica di moda. E si si, la musica mi fa perdere completamente la razionalità, si, le mie valutazioni sono sempre troppo entusiastiche, si, ho la lacrima facile, ma i Sigur Ròs,

i Sigur Ròs.

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Una Risposta to “Essere islandesi”

  1. Andrea De Toma luglio 19, 2012 a 00:51 #

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