Lettera alla madre

14 Mag

Gentile madre, ti faccio gli auguri per la tua festa. Non so chi ne abbia decretato l’esistenza (magari, simile alla festa della donna, sarà esplosa una fabbrica di mamme qualche anno fa, e a me piace pensare a centinaia di cordoni ombelicali nel cielo come fossero stelle filanti abbrustolite e che emanano il lezzo della carne bruciata).

Gentile madre, oltre ai miei auguri appongo la richiesta di Euro XXX. Ho cominciato ormai a lavorare ma l’acquisto di un pc (un netbook, di quelli piccoli ed economici) ha prosciugato le mie finanze. L’affitto si avvicina, inesorabile, all’inizio del prossimo mese, e questo mese non è neanche alla metà.

Gentile madre, mi mancano i giorni in cui non avevo preoccupazioni, in cui non dovevo rifare il letto, pulire, badare alla spesa. In cui ero un piccolo simulacro della piccola borghesia. In cui non sapevo nulla dei consumi e della lotta tra individualismo e spirito comunitario e l’unico pensiero era giocare a pallone. In cui facevo i compiti di matematica con lo stereo al massimo e quei compiti uscivano bene, cazzo.

Gentile madre, espellendomi non mi hai detto che la gente non era autentica: che forse quell’adagio per cui tutta la vita lottiamo per capire chi siamo non è che una stronzata, che chi siamo forse, in fondo, lo sappiamo già. Gentile, amata madre, che forse tutta la vita è un dovere ricordarsi continuamente chi si è. Essere presenti. Nonostante tutta la sovrastruttura (non pensare a me come a un marxista), il loro modo di vestire e porsi, io non mi sento vicino a quelle persone che chiamano alternativi, madre: io non sono come loro. Io non voglio dipendere dalle frasi lapidarie, ad effetto, dall’essere contro a tutti i costi: eppure vengo accusato di ciò. E questo mi rende solo, ma non pacificato.
Oh madre, insegnami l’autenticità: so che questo è un ossimoro, ma sono consapevole che devo lottare per poter finalmente essere libero dal Teatro degli Orrori, dagli Afterhours, dalla critica snob a prescindere. Io voglio solo ascoltare grande musica e far parte del mio tempo. Essere presente, anche senza un ingresso al Circolo dei miei coglioni.

Andrea Macrì

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